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La "profezia" del politologo: "L'antifascismo non basterà a Letta"

Il politologo Alessandro Campi analizza come i partiti si presentano al voto. E dice: "L’antifascismo militante non basterà a Enrico Letta"

"Il simbolo della fiamma tricolore? Scomparirà come la falce e martello..." Esclusiva

"Il voto ha colto di sorpresa i partiti, compresi quelli che hanno voluto la caduta del governo Draghi. Ne è nata una campagna elettorale largamente improvvisata, priva di pianificazione, abborracciata sul piano comunicativo". A dirlo è il politologo Alessandro Campi che, in questa intervista, analizza come la politica italiana arrivi a questo appuntamento elettorale.

Quali sono state le principali carenze dei partiti?

"I partiti hanno elaborato con ritardo i loro programmi e temi di propaganda. È mancato qualunque confronto diretto. Un po’ ha pesato l’impressione che l’esito della competizione fosse scontato. Il che è un errore: con elettorati mobili, indecisi e umorali sino all’ultimo ci si può aspettare di tutto”.

In questa campagna elettorale Letta ha parlato molto dell'Ungheria di Viktor Orbàn e di fascismo. Sono temi che interessano e che possono veramente mobilitare gli elettori di sinistra?

“L’antifascismo militante ha sempre una certa presa sull’elettorato di sinistra. Serve a ricompattare le fila in mancanza di altri argomenti, è una risorsa identitaria e simbolica. Dubito però che l’allarme fascismo, ampiamente utilizzato anche in questa campagna elettorale soprattutto dal Pd e dai suoi fiancheggiatori nei media, possa compensare la mancanza di visione strategica dimostrata in particolare dal partito di Letta e il senso di delusione e frustrazione che affligge da molti anni l’elettorato di sinistra”.

Ma il Pd si può definire un partito di sinistra?

“A dirla tutta, si fatica persino a considerare il Pd attuale come un partito autenticamente di sinistra: Letta è un tecnocrate allievo di Andreatta, larga parte del gruppo dirigente è composta da ex-democristiani di sinistra. Si capisce, stando così le cose, che molti elettori progressisti si stiano orientando, stando ai sondaggi che tutto conoscono ma che non si possono pubblicamente citare, verso il M5S. Ad ogni modo lo spettro del fascismo lascia il tempo che trova: specie se sino al giorno prima hai amabilmente conversato con la Meloni”.

Lei ha scritto, insieme a Sergio Rizzo, un libro sull'ombra lunga del fascismo. Perché l'Italia è ancora ferma a Mussolini?

“L’Italia presenta ancora, in ogni suo angolo, consistenti tracce del vecchio regime fascista: monumenti, palazzi, simboli, scritte murarie, statue, opere d’arte. In molti casi fanno parte del paesaggio urbano: pensiamo al caso eclatante di Roma, dove ovunque ti giri trovi un fascio o un’aquila littoria. Questo la dice lunga su cosa si stato quel regime: un ventennio durante il quale l’Italia è stata plasmata e disegnata a misura delle ambizioni rivoluzionarie e della megalomania di Mussolini. Questo patrimonio andrebbe perlomeno catalogato: un modo per consegnarlo definitivamente alla storia e per evitare gli psicodrammi che ogni tanto scoppiamo in questa o quella cittadina quando, magari durante un restauro, viene fuori qualche lascito simbolico del fascismo".

Qual era, dunque, l'intento del vostro libro?

“A noi interessava raccontare anche di come la figura di Mussolini e lo stesso fascismo si sono radicati nell’immaginario collettivo e nella cultura pubblica diffusa, sulla base di un duplice e speculare errore. Da un lato, a destra, è prevalsa la banalizzazione, la riduzione del fascismo a farsa, secondo la classica lettura di Montanelli. Dall’altro, a sinistra, la demonizzazione, con l’assimilazione del regime italiano a quello nazista e con la riduzione della figura di Mussolini a quella di un delinquente capobanda (nella versione recente di Aldo Cazzullo). Due approcci sbagliati, polemici e frutto di una visione politica strumentale, che impediscono ancora una volta di consegnare il fascismo alla storia”.

La fiamma è un simbolo fascista? La Meloni, secondo lei, dovrebbe toglierla dal simbolo di Fratelli d'Italia?

“C’è molta mitologia sul significato reale della Fiamma. Secondo alcuni derivata dal simbolo degli arditi. Una leggenda metropolitana, assai diffusa, vuole invece che si tratta del fuoco che arde sul catafalco di Mussolini. D’altra parte MSI, sempre secondo la leggenda, stava a significare “Mussolini Sei Immortale”. Se non un simbolo fascista in senso proprio, stiamo comunque parlando del segno grafico che ha contraddistinto, per un cinquantennio, il mondo del nostalgismo neofascista. Una buona ragione, secondo me, per lasciarselo prima o poi alle spalle. Lo aveva già fatto Alleanza nazionale, nella prima versione del suo nuovo marchio. Si era poi deciso di lasciare la Fiamma per evitare che venisse utilizzata dagli scissionisti guidati da Pino Rauti. Nel brand odierno di Fratelli d’Italia compare ormai in un formato sempre più piccolo. Secondo me è destinata a fare la fine della falce e martello".

Con la Meloni premier, l'Italia rischia davvero il ritorno al fascismo? Il filosofo francese Bernard Henri Levy sostiene persino che non si dovrebbe riconoscere l'esito delle urne...

“L’illuminismo francese, di cui BHL si considera l’estremo e più tenace rappresentante, ha sempre avuto un lato intollerante e fanatico. La sua idea che si possa arrivare a non riconoscere l’esito delle urne è in coerenza con questo lato autoritario del progressismo filosofico: lo stesso, per inciso, che sostiene la “cancel culture” e altre espressioni della odierna sinistra culturale sempre più afflitta da una visione integralista e totalizzant: una visione speculare, per molti versi, all’oscurantismo talebano . D’altro canto, se pensi di interpretare il vento della storia è normale che chi non la pensa come te venga considerato un errore della natura da eliminare. E’ una strana idea della democrazia, quella che sempre più si sta imponendo: funzionare che tutti la pensano allo stesso modo. Una volta la democrazia coincideva col diritto al dissenso e col pluralismo delle opinioni. Oggi la divergenza di idee è vista con fastidio, addirittura come una minaccia alla democrazia stessa. E giarda caso la minaccia viene sempre da destra. E si materializza sempre in occasione degli appuntamenti elettorali”.

La sinistra attacca il centrodestra per le presunte ingerenze della Russia, ma poi Enrico Letta, in Germania, cerca le sponde tedesche della Spd per attaccare la Meloni. Non le sembra un controsenso?

“Attenzione, non tutte le ingerenze sono eguali. Quello operate della Russia putiniana obbediscono ad un preciso disegno destabilizzante delle democrazie occidentali. Un disegno che si affida a più strumenti: soldi ai partiti amici, inquinamento delle fonti giornalistiche, diffusione di false notizie e di dossier anonimi, utilizzo di quinte colonne nel mondo accademico ecc. Il tutto, aggiungo, in linea con la storica “disinformazia” sovietico-comunista. Quella della sinistra tedesca a sostegno di Letta è invece, più che ingerenza, una forma di soccorso rosso: un aiuto tra amici appartenenti alla stessa famiglia ideologica. Può dare fastidio ma è una forma di pressione mediatica legittima e comprensibile”.

Eppure le cancellerie europee sembrano spaventare dall'arrivo di un governo di centrodestra a guida Meloni..

“Anche in questo caso eviterei di parlare di ingerenze. Si tratta della preoccupazione, anche in questa caso legittima, che i Paesi nostri alleati esprimono nei confronti di un’Italia da decenni afflitta da una grave forma di instabilità politico-istituzionale, per non dire dei suoi problemi di finanza pubblica. D’altro canto, l’arrivo a Palazzo Chigi della Meloni sarebbe una novità oggettivamente molto grande: ci sta che all’estero ci si interroghi, anche con una qualche ansia, su quel che potrebbe accadere. Sta al centrodestra, se andrà al governo, provare dissipare i dubbi e, aggiungo, gli stereotipi che continuano allegramente a circolare sul nostro conto in Europa. Alcuni dei quali a dir poco meritati".

Carlo De Benedetti, intervistato dal Financial Times online, è convinto che una vittoria della Meloni farà scivolare l'Italia verso Est. È davvero così?

“L’Italia che rischia di diventare come l’Ungheria – una nazione grande come la Lombardia il cui difficile cammino verso la democrazia dipende, mai dimenticarlo, dalla lunga oppressione del comunismo – è un refrain propagandistico nel quale non credono nemmeno coloro che lo utilizzano. L’Italia è tra i Paesi fondatori dell’Unione: il suo obiettivo-interesse è restare nel club degli Stati che in Europa hanno una funzione di guida e di indirizzo. Magari cercando di contare un po’ di più, cosa possibile solo se recupereremo sul piano della credibilità e dell’affidabilità".

“Sputeranno sangue”, ha detto il governatore Emiliano. Frasi di questo tipo possono aver incitato le frange estreme a colpire i gazebi e i comizi del centrodestra? Ma, soprattutto, non sono dannose in primis per il Pd?

“Emiliano, prima che un avversario per la destra, è un problema per la sinistra. Il Pd ha permesso la crescita sul territorio di simili cacicchi che pensano di potersi permettere qualunque cosa (un altro è De Luca in Campania) e ora deve farci i conti. Le sue parole sono quelle di un capopopolo che incita i suoi scherani. Ma non mi sembrano che abbiano, per fortuna, prodotto granché. Qualcuno ha provato a disturbare i comizi della Meloni. C’è stato l’assalto a banchetti della Lega e di Fratelli d’Italia, ma parliamo della disperazione di un’ultrasinistra che forse dovrebbe dare l’assalto ai suoi stessi rappresentanti per come si è ridotto quel mondo. A Palermo ci si è anche inventati una repressione poliziesca alla cilena che semplicemente non c’è stata. Alla fine la campagna elettorale mi sembra scivolata via abbastanza tranquilla. Parole grosse, ma nessun violenza aperta. Segno, aggiungo, che al pericolo fascista non credono nemmeno quelli che lo agitano. E che il 26 settembre, se la Meloni dovesse vincere le elezioni, andranno sì in montagna, ma per farsi una passeggiata tra i boschi all’aria aperta, non per combattere”.

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