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Almasri, si spacca la Cpi. "Decisione arbitraria nei confronti dell'Italia"

La giudice romena Motoc si dissocia riguardo al deferimento sulla mancata consegna del libico

Almasri, si spacca la Cpi. "Decisione arbitraria nei confronti dell'Italia"
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Il caso Almasri spacca la Corte penale internazionale che ha deciso di deferire il nostro Paese all'Assemblea degli Stati per la mancata consegna del comandante libico della terribile milizia salafita Rada, oggi recluso in patria. Come ha ricostruito il Giornale, il deferimento è colpa di Procura generale e Corte d'Appello di Roma, che il 20 gennaio dell'anno scorso hanno scarcerato Njeem Osama Almasri a causa di un'interpretazione totalmente errata della legge che regola lo Statuto di Roma, con la scusa di un arresto deciso dalla Digos di Torino su mandato internazionale definito ingiustamente "irrituale".

Anche per questo motivo, contro il deferimento si è espressa la giudice della Cpi Iulia Motoc, magistrato romeno molto apprezzato in patria, secondo cui la decisione di deferire l'Italia sostenuta dalle altre due colleghe della Camera preliminare I, Reine Alapini-Gansou e Maria del Socorro Flores Liera, sarebbe "viziata da errori giuridici e metodologici". Nelle nove pagine della dissenting opinion che il Giornale ha consultato si cita "a sproposito" secondo la Motoc, il precedente sudafricano del caso Omar al-Bashir. Nel 2015 il Sudafrica decise di non consegnare né di arrestare l'allora presidente sudanese. Allora la Corte lasciò spazio a procedimenti interni e a un dibattito costituzionale. È esattamente quello che sta succedenti in Italia, eppure secondo la giudice i procedimenti penali e costituzionali ancora pendenti sarebbero stati ignorati. Nell'opinione contraria della Motoc si legge che il deferimento è "manifestamente contra legem" e "intrinsecamente viziato, sia sul piano dei principi sia nella prassi: è come misurare il peso in litri".

Ma di quali provvedimenti pendenti si parla? La Corte d'Appello di Roma, che ha irritualmente scarcerato Almasri senza neanche consultare la Corte penale internazionale (e neppure identificare il temibile ormai ex comandante della prigione di Mittiga), lo scorso ottobre ha chiesto l'aiutino della Consulta per capire come interpretare una norma oggettivamente complessa, la 237 del 2012 che rimpalla la competenza e le interlocuzioni con l'Aja tra magistratura e Guardasigilli, tanto che la Cpi ha preso atto dell'impegno a rivedere le norme, seppure la Corti dubiti ancora sulla disponibilità dell'Italia a "cooperare pienamente".

"È vero che la 237 del 2012 è scritta male - dice al Giornale l'ex giudice della Corte penale internazionale Cuno Tarfusser - ma questo non giustifica il fatto che i giudici non abbiano dato l'interpretazione più genuina e rispettosa della norma", che distingue l'arresto (che il Pg e deve eseguire e la Corte d'Appello far rispettare, come da articolo 11 della legge) dalla "consegna" che invece spetta al ministro della Giustizia. "Carlo Nordio aveva 20 giorni per decidere, legittimamente se credeva, di non consegnare Almasri per paura di ritorsioni in Libia", sottolinea Tarfusser. Per la nostra intelligence in pericolo c'erano i nostri pozzi petroliferi e il personale diplomatico e no di stanza a Tripoli.

Invece il regalino al torturatore di libici (rimpatriato di corsa a Mittiga con un Falcon dei Servizi segreti dopo aver fatto indisturbato un tour tra Belgio, Regno Unito, Austria, Svizzera, Francia e Olanda) l'hanno fatto i magistrati, in un cortocircuito tra potere politico ed errori di interpretazione da parte del potere giudiziario che oggi mette in discussione la reputazione internazionale dell'Italia. Ma anche della stessa Cpi.

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