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Le analisi sulle ragioni che possono aver ispirato Mosca e Kiev, che si accusano a vicenda sul crollo della diga

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È dallo scorso ottobre che le autorità di Kiev denunciano che i russi avevano minato la diga di Nova Kakhovka. Le evidenze portate da esperti citati dal New York Times un giornale non accusabile di parzialità, che si è impegnato ad esempio alla ricerca di prove che accusano l'Ucraina di aver sabotato il gasdotto baltico Nord Stream 2 dimostrano che la diga non può essere stata distrutta da colpi tirati dall'esterno, ma che è esplosa dall'interno. E siccome i russi hanno preso il controllo della gigantesca struttura sul fiume Dnipro già nelle prime settimane del conflitto, non dovrebbero rimanere molti dubbi su chi l'abbia squarciata.

Più importante ancora, c'è il cui prodest. In queste ore abbiamo la città di Kherson tornata in mano ucraina con la controffensiva dello scorso autunno sotto tre metri d'acqua, migliaia di chilometri quadrati di territorio ucraino allagati e pesantemente inquinati, decine di migliaia di persone sfollate e centinaia di migliaia private dell'accesso all'acqua potabile. Un disastro che con la consueta sfacciataggine il mentitore seriale Vladimir Putin attribuisce agli ucraini, che se lo sarebbero autoinflitto compiendo «un atto barbarico» (il signore sì che se ne intende) allo scopo di danneggiare i rifornimenti idrici alla Crimea occupata da Mosca e di «fermare l'avanzata delle nostre truppe». Del resto, cos'altro ci si poteva aspettare? Forse che Putin ammettesse di aver commesso un altro crimine di guerra? Una bugia in più, ormai, non fa nessuna differenza: tanto vale sfidare il ridicolo e alzare un polverone, qualcuno che lo prenda sul serio si trova sempre.

Sul danno alla Crimea, vale il celebre proverbio del marito che si evirò per non soddisfare la moglie venutagli a noia: ora, è nota l'infima considerazione che Putin ha degli ucraini e dell'opinione pubblica occidentale, ma c'è un limite. Sono mesi che Kiev organizza una controffensiva e non c'è ragione al mondo perché crei essa stessa le condizioni per ostacolarla. Più logico che Putin, di cui è noto il gelido disinteresse verso il destino dei suoi connazionali che ha mandato a morire a decine di migliaia per ricostruire il suo impero, abbia scelto il male per lui minore, ordinando la distruzione della grande diga per fermare il nemico e tentando goffamente di accusare il nemico stesso dell'«effetto collaterale» così provocato ai crimeani.

Di quale avanzata russa, poi, non è dato sapere: è semmai vero e ben noto il contrario, come dimostrano mesi di lavori sulla parte russa per costruire fortificazioni difensive. E non è un caso se Vladimir Saldo, il governatore del moncone della provincia di Kherson annessa alla Russia e oggetto della futura controffensiva ucraina, si sia lasciato scappare che «adesso le condizioni militari sono tornate favorevoli a noi».

Perché la diga di Nova Kakhovka è stata distrutta proprio per questo, e ci vuole coraggio a negare una tale evidenza: il terreno allagato ovviamente ostacolerà a lungo le operazioni d'attacco ucraine verso Sud, e come ha detto Saldo (lo stesso che in un primo momento aveva negato recisamente la stessa notizia della distruzione della diga, salvo poi attribuirla agli ucraini su indicazioni del Cremlino) «i campi minati sono finiti sott'acqua, ma i nostri militari sono in vantaggio perché ne conoscono l'ubicazione». Inoltre, i russi hanno ottenuto di ridurre la lunghezza del fronte da presidiare e contano ora di poter destinare più truppe al settore Nord.

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