"Con l'esposto all'Anac il Palazzaccio Gate è avviato", dice sorridendo l'avvocato Romolo Reboa, a capo di uno dei tantissimi Comitati per il Sì che ha scoperto l'inimmaginabile. Non esiste un contratto, né d'affitto né di comodato, che autorizzi l'Anm ad avere in concessione il sesto piano del Palazzaccio. Il direttore del Demanio Roma Capitale Massimo Babudri, che ne è custode, non risponde. Ma se il sindacato delle toghe potrebbe in qualche modo sanare una situazione di "abusivismo" che, secondo quanto ammesso al Giornale dal leader Anm Cesare Parodi, va avanti da alcuni anni - almeno dal 2005 secondo Reboa - lo stesso non può dirsi per il Comitato del No dell'Anm, la cui sede formale è negli stessi uffici.
In attesa che si muovano Corte dei Conti per danno erariale e Procura di Roma per i profili emersi dall'accesso agli atti, Reboa si è rivolto all'autorità Anticorruzione a cui ha chiesto di capire perché non ci sono carte scritte tra Anm, ministero della Giustizia e Agenzia del Demanio a cui il Palazzaccio appartiene. "Se l'Anac scoprisse delle irregolarità ha il dovere di denunciare tutto a Procura e Corte dei Conti", assicura il battagliero legale. Dopo un mesetto ieri si è svegliato anche l'Ufficio del concessionario della Corte di Cassazione: "La scrivente non ha alcuna competenza in merito alla stipula e gestione di contratti afferenti alla fornitura di servizi quali utenze gas, acqua ed elettricità (...) ma solo l'inoltro delle fatture al ministero (...) della Corte intesa nel suo complesso". Quindi, a quanto pare, l'associazione privata Anm non solo non paga un affitto o un canone perché non è un soggetto pubblico, come prevedono gli articoli 3 e 6 del Dpr 296 del 13 settembre 2005 che ha riformato il Demanio, ma non ha bollette intestate di alcun tipo. Alla dirigente Maria Antonietta Cervera non risulta null'altro. Possibile? "Non appaiono reperibili nei siti istituzionali né del ministero della Giustizia né del Demanio informazioni sulle locazioni e/o concessioni a titolo gratuito", ribadisce Reboa.
Poi c'è il giallone sulla Fondazione Acampora, una sorta di cassa dei magistrati istituita sulla base di un Regio decreto del 1919 abrogato nel 2010, che ogni anno incassa almeno 2 milioni di euro dal prelievo dello 0,3% dalle busta paga di ogni magistrato. Il Giornale ha inutilmente contattato i due numeri di telefono comparsi nella sede al quinto piano Palazzaccio e ha scritto via Pec per avere i bilanci della Fondazione, diversamente introvabili ovunque.
A che titolo questa Fondazione priva persino del codice fiscale ha amministrato questi soldi? Per fare cosa? Riusciranno almeno i potenti mezzi dell'Anac a sbrogliare questa matassa che ammanta di scarsa trasparenza l'attività dell'Anm, a due settimane al referendum?