Antonio Segni, al Colle per soli due anni

Aveva cominciato la sua carriera come deputato all'Assemblea Costituente. De Gasperi lo volle subito come ministro dell'Agricoltura per varare la famosa riforma agraria e porre fine ai latifondi

Antonio Segni, al Colle per soli due anni

Professore universitario e politico, per due volte fu presidente del Consiglio (dal 1955 al 1957 e dal 1959 al 1960), Antonio Segni nacque a Sassari nel 1891. Di famiglia nobile legata al patriziato genovese, si laureò in Legge e fin dalla sua fondazione aderì al Partito popolare italiano. Intraprese la carriera accademica insegnando diritto processuale civile alle università di Sassari (di cui fu anche rettore), Perugia e Roma. Con il fascismo al potere si distaccò dalla politica, tornando a occuparsene nel 1942, in clandestinità, per la nascita della Democrazia cristiana. Eletto all'Assemblea costituente, ricoprì diversi incarichi ministeriali: sottosegretario all'Agricoltura (governo Bonomi III, Parri e De Gasperi I); ministro dell'Agricoltura (governi De Gasperi II, III, IV, V, VI); ministro della Pubblica Istruzione (governo De Gasperi VII e Pella); vicepresidente del Consiglio e ministro della Difesa (governo Fanfani II); ministro dell'Interno (governo da lui presieduto); ministro degli Esteri (governi Tambroni, Fanfani III e IV).

Difficile trovare un politico con un curriculum più ricco a livello di incarichi istituzionali: tuttora detiene il record rispetto a tutti gli altri Capi dello Stato succedutisi. Fu eletto Presidente della Repubblica il 6 maggio 1962 e rimase in carica fino al 6 dicembre del 1964, quando si dimise volontariamente dopo una grave malattia (fu colpito da un ictus al cervello il 7 agosto 1964, accusando un improvviso malore durante una riunione con il presidente del Consiglio Aldo Moro e il leader socialdemocratico Saragat). Non fu mai dichiarato decaduto per impedimento permanente (il 6 dicembre si dimise volontariamente). Al suo posto subentrò, nelle funzioni di Capo dello Stato, il presidente del Senato Cesare Merzagora.

Al Quirinale Segni fu eletto al nono scrutinio con 443 voti su 842 votanti. Era il candidato ufficiale della Democrazia cristiana e la sua elezione non subì le imboscate dei "franchi tiratori"; che in passato avevano colpito alcuni suoi predecessori. Determinanti, per l'elezione di Segni, furono i voti del Msi e del Pdium (monarchici). Appena salito al Colle si trovò di fronte agli albori dei governi di centrosinistra, il cui primo significativo passo fu la nazionalizzazione dell'energia elettrica.

Segni e la riforma agraria

Una delle riforme più importanti che porta il nome di Segni è quella agraria, varata grazie alle risorse del Piano Marshall. Oltre che accademico Segni era anche proprietario terriero (come Einaudi), e conosceva bene, dunque, la realtà di chi viveva di rendita dalle terre. ICon la Legge Stralcio (n. 841 del 21 ottobre 1950), varata nel governo De Gasperi, moltissimi terreni furono espropriati ai latifondisti e distribuiti ai braccianti, rendendoli piccoli imprenditori della terra, favorendo la nascita, in seguito, di tante cooperative agricole. L'iniziativa serviva a imprimere una forte svolta alla produzione agricola. Lo stesso Segni perse una quota dei propri possedimenti.

Segni e il Piano Solo

Così come Gronchi anche Segni fu legato al generale Giovanni De Lorenzo, comandante generale dell'Arma dei Carabinieri nonché ex partigiano di fede monarchica. Nella drammatica estate 1964 scoppiò all'improvviso una crisi di governo, con democristiani e socialisti pronti a far saltare ogni dialogo. Su incarico di Segni il generale De Lorenzo convocò i comandanti delle divisioni di Roma, Milano e Napoli concordando, con loro, un piano per affrontare l'emergenza nel Paese, nel caso ce ne fosse stato bisogno, nel caso in cui le forze politiche legate al Pci avessero preso il potere. Era prevista l'occupazione della Rai, delle sedi dei giornali e dei partiti di sinistra. Dal punto di vista militare avrebbero dovuto partecipare solo i carabinieri (Segni non si fidava della Polizia perché era comandata dal ministro dell'Interno, Paolo Emilio Taviani, che pur essendo della Dc per Taviani (come raccontò Scelba) era un "comunista mascherato".

Era stata stilata una lista di 731 personalità politiche e sindacali di sinistra: sarebbero stati prelevati e trasferiti in diverse sedi. De Lorenzo presentò il piano al Capo dello Stato. Ma non è mai stato dimostrato che Segni avesse voluto effettivamente organizzare un colpo di Stato. Più che altro, probabilmente, si servì del suo spauracchio. Per uno strano scherzo del destino pochi giorni dopo il malore che mise fuorigioco Segni un altro leader politico di primo piano fu colpito dallo stesso problema di salute. Palmiro Togliatti, segretario del Pci, si sentì male il 13 agosto a Yalta, in Unione Sovietica, morendo il 21 dello stesso mese.

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