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Applausi in strada, gioia alle finestre. Il regime zoppo pronto a trattare. Ma resta il rebus della successione

L'offerta di soluzioni sul modello venezuelano. Il ruolo dei Pasdaran

Applausi in strada, gioia alle finestre. Il regime zoppo pronto a trattare. Ma resta il rebus della successione
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Non chiedete cosa sarà domani, in Iran il presente è l'unica cosa che conta. Adesso. Adesso è tutto. Lo è per chi fugge verso il confine, puntando le strade che portano in Turchia. Lo è per chi lascia le case solo per respirare, sfidando questa guerra che arriva dal cielo, attesa e temuta, tanto che ora non si sa cosa dire e neppure sperare. Lo è per chi non si interroga e semplicemente ha paura e per le ragazze che festeggiano in piazza con il capo scoperto, nel nome di tutte le donne che sono morte perché non volevano indossare un velo. Lo è per chi prega e per chi da tempo ha smesso di pregare. Lo è per chi bestemmia Dio e i suoi profeti.

Il presente è per chi è vivo e per chi è morto, per chi applaude alla finestra il corpo senza vita di Khamenei, per i sacerdoti della rivoluzione e per i guardiani, per la casta degli ayatollah e dei pasdaran. Lo è per gli americani che come sempre ci penseranno domani. La guerra è guerra e quello che viene dopo è una scommessa al buio. Lo è per gli israeliani quasi convinti che questa sia la fine della storia, perché l'Iran incarna ogni loro paura. Adesso, sognano, la vita non sarà solo sopravvivenza. Il presente è una finestra che Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, spera di aprire. È lui che smentisce (voci israeliane) la morte della Guida suprema Ali Khamenei e del presidente Masoud Pezeshkian. "Sono vivi", ripete. "Sono vivi", per convincere gli altri e se stesso. Poi dice a Trump che non ci sarà mai un cambio di regime, ma si offre per cercare insieme soluzioni pacifiche.

Alla fine lo schema potrebbe essere questo, un po' come è successo con il blitz in Venezuela: pezzi di vecchio regime che patteggiano con gli Stati Uniti un'alternativa al caos. È così che le cose funzionano. L'Iran promette, con vincoli concreti, di non essere mai più uno "Stato canaglia" e non solo rinuncia al nucleare, ma taglia il flusso di greggio che viaggia verso la Cina. È un accordo geopolitico e di affari, dove è più facile trovare un compromesso rispetto alle questioni scomode dei diritti civili. Non si fa la pace sulla testa delle donne. Questo discorso cinico viene dagli ambienti altolocati del riformismo iraniano. È il pensiero della classe benestante di Teheran, quella vicina a Pezeshkian, che in fondo da tempo deplora la rigidità dei "guardiani della rivoluzione" e sostiene che un compromesso sia comodo anche per Trump. Non si vorrà lasciare l'Iran al tiro di dadi del post regime?

Le classi popolari invocano Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto dalla rivoluzione del 1979. Tutto semplice? Mica tanto. L'Iran è una scatola quantica di energie che si sovrappongono e si elidono senza mai trovare pace. I Fedayn del popolo non accetteranno facilmente Reza Pahlavi. Ci vuole una fiducia che al momento nessuno può garantire. La grande speranza è che davvero l'America sia in grado di smantellare la struttura capillare dei pasdaran e che garantisca libere elezioni, con un passaggio trasparente e realmente democratico. I precedenti "imperiali" a stelle e strisce non sono illuminanti, basta pensare all'Afghanistan o alla Siria.

È per questo che il presente è tutto, anche quando ha il suono delle sirene che fischiano senza sosta in ogni angolo delle città. È la guerra che non è mai santa. Le bombe e i missili non hanno morale e allora accade che il fuoco colpisca una scuola femminile e uccida almeno 85 bambine.

Si fa perfino fatica a crederci, ma ricorda a tutti che la giustizia è un gioco a mosca cieca. Sangue su sangue. Gli iraniani della diaspora sperano di tornare a casa e nelle piazze scandiscono delle donne iraniane morte per la libertà: Mahsa Amini. Nika Shakarami. Sarina Esmailzadeh. Hadis Najafi

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