Non si aspettava di finire sotto processo per le amministrative che sembravano essere quasi una formalità. Quando Elly Schlein ha iniziato a visionare i dati che arrivavano dai comuni stentava quasi a crederci. D'altro canto, era stata lei, la segretaria del Partito democratico, a confidare ai compagni di partito che la tornata del 23-24 maggio avrebbe ancora di più indebolito la coalizione di centrodestra e spianato la strada al campo larghissimo. E invece la sconfitta di Venezia e Reggio Calabria associata a un risultato generale che non è stato entusiasmante, ha lasciato più di una ferita all'interno del Pd e dentro una coalizione che non ha ancora una guida, un programma, e non ha definito il perimetro.
Il giorno dopo dunque non regge la narrazione di "Elly" che alle otto e trenta di lunedì sera ha cambiato versione su Venezia: "Sapevamo non sarebbe stato facile dopo 11 anni di governo della destra". Un cambio di linea repentino che certifica l'indebolimento di una segretaria che non riesce a far spiccare il volo alla compagine progressista. Vuoi perché non è stata mai legittimata come leader - in particolare dai cosiddetti padri nobili del Pd - vuoi perché ci sono altre figure che scalpitano, leggi alla voce Giuseppe Conte.
I decibel contrari ad Elly aumentano dentro e fuori il partito. Certo, sostiene il leader di Italia viva Matteo Renzi in versione pubblica difesa, "per capire chi avrà vinto e perso questo turno di amministrative occorrerà aspettare il secondo turno tra 15 giorni". Però più di qualcosa è andato storto. Osserva Filippo Sensi, oggi senatore dei democratici e già portavoce di Paolo Gentiloni e Matteo Renzi: "Il risultato di queste amministrative se una cosa ci dice è che abbiamo ancora molta strada davanti da percorrere. È vero che l'unità del centrosinistra è condizione necessaria. Però attenzione: questi mesi vanno sfruttati per studiare, preparare, faticare, e soprattutto costruire un profilo politico ed elettorale che parli a tutti gli italiani e non soltanto ai nostri". Le parole del senatore democrat fotografano una coalizione fragile che dovrebbe aprirsi e non chiudersi. E che procede a ralenti perché vuole evitare la rottura plastica in sede di confronto. Un ritardo confermato anche da un'azionista di minoranza come Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi Sinistra: "La coalizione metta in campo un'anima, un progetto, una proposta e cominci a muoversi nel Paese. È su questo che ancora, obiettivamente, registriamo un ritardo. Però, ripeto: chi canta vittoria da una parte è poco prudente, direi, e quindi inviterei tutti alla prudenza". Ed è una tesi che fa il paio con quella di Ernesto Maria Ruffini, ex capo dell'Agenzia delle Entrata, oggi alla guida di un'associazione Più Uno e annoverato fra i leader potenziali di una gamba centrista del campo largo: "La coalizione per risultare davvero credibile ha anche bisogno di aprire subito un tavolo di confronto chiaro, in cui spiegare al Paese quale sia la sua visione e cosa intenda concretamente fare. Prima ancora di un programma di governo, si deve avere la chiara visione del Paese".
Si invoca un tavolo di confronto ma la risposta è che in questa fase è meglio soprassedere. Se a destra i quattro leader si riuniscono quasi con cadenza settimanale, a sinistra è tabù parlare di vertice. "Al momento non se ne parla" è il refrain che proviene dalla war room di Giuseppe Conte. Troppe forse le distanze sulla politica estera, sulle questioni economiche e anche sulla legge elettorale. Ammette Vittoria Baldino, punto di riferimento del M5S a Montecitorio: "Il campo largo sarà maturo solo quando diventerà forza di governo. Fino a quando non lo saremo risulterà difficile sedersi al tavolo".
Sia come sia il vertice viene ritenuto impossibile.
Al più la tesi in voga in Transatlantico è che debba essere la leader del primo partito della coalizione a indicare la rotta e dunque convocare gli altri azionisti per l'apertura del tavolo. E così si ritorna al punto da partenza ad Elly e al processo che sta vivendo in queste ore. Un processo che potrebbe durare a lungo.