Le notizie sono due. La prima è che la procura di Milano sta indagando su alcune minacce rivolte contro la procuratrice generale di Torino, Lucia Musti, le quali minacce il Giornale segnalò per primo il 9 febbraio scorso; queste minacce sono state fatte online dal N-Pci (Nuovo Partito comunista italiano) che è un comitato auto-dichiaratosi clandestino e legato ai Carc, Comitati di appoggio alla Resistenza per il Comunismo.
La seconda notizia è stata scoperta dal quotidiano Torino cronacaQui (articolo di Sara Sommessa) e, nel presente articolo, viene approfondita dal Giornale: a sostenere parte degli esponenti di Askatasuna è una cooperativa sociale, questo ha scritto il quotidiano torinese, che si chiama La Testarda che ha sede nello stesso corso Regina Margherita (al 175) in cui ha sede l'ex centro sociale (al 47). È nelle carte del processo d'appello contro Askatasuna che si trovano i nomi di chi ha lavorato (o lavora) nella cooperativa, e che sono già stati condannati in primo grado e che ora sono anche imputati per associazione per delinquere. Ma, prima di approfondire, torniamo alle minacce al procuratore Lucia Musti.
Riscontrate dal Giornale il 9 febbraio scorso, le minacce erano state segnalate al procuratore generale di Torino che a sua volta ne aveva messo a conoscenza la Digos subalpina, che tutt'ora indaga per conto della procura di Milano, competente quando a essere parte offesa è un magistrato di Torino. I due comunicati minacciosi risultano diffusi online il 14 marzo del 2025 e il 7 febbraio scorso: "Lucia Musti è la nuova affiliata della mafia del Tav" era il titolo del primo, "Ribellarsi è giusto!" quello del secondo. In pratica l'accusa clandestina alla Musti era di voler reprimere la protesta dei militanti di Askatasuna e dei No Tav (spesso le stesse persone) e come tale è stata rubricata in un fascicolo dapprima aperto a modello 45 (atti non costituenti notizie di reato) e poi trasmesso ai colleghi di Milano. Agli atti dell'inchiesta meneghina, sezione antiterrorismo, compare anche un verbale con l'audizione della Musti, ascoltata direttamente dal procuratore capo Marcello Viola. L'obiettivo è risalire all'identità degli autori dei comunicati, ovviamente non firmati. Ai pm di Milano, oltretutto, non è sfuggito uno striscione che è stato esposto durante una delle ultime manifestazioni di piazza a Torino: ritraeva il volto del procuratore capo Giovanni Bombardieri segnato da una "X" come pure quello della presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo. Più di questo non è dato sapere.
Ergo torniamo a bomba su quanto approfondito (dal Giornale) circa La Testarda di Torino, cooperativa che a quanto pare ha mantenuto almeno 11 esponenti di Askatasuna. Intanto le cooperative sarebbero più di una: a pagina 191 dell'Appello si citano "alcune cooperative sociali, presso le quali alcuni di loro sono stati assunti, così ottenendo una retribuzione ma anche la possibilità di godere di benefici giudiziari". Non c'è una sola cooperativa, dunque. Quanto a La Testarda, risulta una struttura economica di prim'ordine, stabilmente inserita nella filiera del welfare pubblico piemontese: nel bilancio 2023 ha dichiarato un fatturato di quasi 11 milioni di euro (10.956.061) ma il dato politicamente interessante è la provenienza dei ricavi: infatti 10.176.110 euro (quasi tutti) vengono dalla Pubblica amministrazione, e solo 779.951 da persone fisiche. Per farla breve: oltre il 91 per cento dei soldi viene dal pubblico, anche perché non emergono finanziatori privati strutturali: non imprese, non fondazioni, non soggetti del terzo settore. Tutti soldi del contribuente. La cooperativa ha dimensioni di tutto rispetto: 261 occupati, 155 contratti a tempo indeterminato full time, 76 indeterminati part time, più altri ancora. Gli atti pubblici consultati dal Giornale documentano rapporti con Comune di Torino, i Servizi sociali del Pinerolese e due Asl torinesi. L'appello del processo Sovrano/Askatasuna conferma che molti nomi antagonisti assunti a La Testarda compaiono nel procedimento con la contestazione dell'associazione per delinquere.
Insomma, non siamo di fronte all'antagonista che vive fuori dal sistema, ma che dal sistema è mantenuto: nel caso da uno stipendio di cooperativa finanziata dal pubblico, con servizi svolti anche in alloggi pubblici: questo mentre
fuori, in piazza, spesso picchiando e distruggendo, contesta gli sfratti, il Comune, gli enti pubblici e il "sistema", lo stesso che a parte di essi (Giornale del 20 aprile) elargiva anche il mitico reddito di cittadinanza.