Assist di von der Leyen: "Lavoro bene con Mario". E l'Ue accusa il Cremlino di destabilizzare l'Europa

Timori per i dossier aperti su cui Draghi può fare la differenza. Il portavoce della Commissione: "Mosca prova a influenzare la politica interna dei Paesi membri"

Assist di von der Leyen: "Lavoro bene con Mario". E l'Ue accusa il Cremlino di destabilizzare l'Europa

Ci sono i dossier chiusi da tempo, quel memorabile salvataggio dell'euro durante la crisi finanziaria del 2008, quando Mario Draghi era presidente della Bce. E ci sono i dossier ancora tutti aperti e il cui esito può orientare le sorti dell'Europa in uno dei suoi momenti più difficili, con la guerra in Ucraina in corso: la riforma della governance economica, il tetto al prezzo del gas, l'adozione di uno strumento di debito comune per alleviare il peso della crisi energetica. Ma poi soprattutto, last but not least, il «fatto» - così lo chiama il portavoce della Commissione Europea per gli Affari Esteri Peter Stano - che la Russia tenta di destabilizzare l'Unione Europea» e influenzare la politica interna «con attacchi ibridi».

Ecco perché l'Unione europea trema all'idea che Mario Draghi possa davvero e definitivamente lasciare Palazzo Chigi. Nonostante il «preoccupato stupore» di cui ha parlato il commissario all'Economia, Paolo Gentiloni, da Bruxelles arriva l'assist a Super Mario per ricordare che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen «ha detto in diverse occasioni che lavora molto bene con Draghi». Chi si spinge oltre è Markus Ferber, plenipotenziario del Ppe nella commissione Econ del Parlamento Europeo, bavarese della Csu, secondo cui vedere Draghi andare via è «una vergogna».

L'autunno, d'altra parte, si prospetta parecchio complicato per la Ue, alle prese con la minaccia dello stop delle forniture energetiche dalla Russia e con la Commissione che ha tagliato le stime di crescita per il 2023 e alzato le previsioni sull'inflazione. E a questo si aggiungono i soliti guai, riemersi nelle scorse ore, con la Polonia del premier Mateusz Morawiecki e l'Ungheria di Viktor Orbán. In un tempo in cui servono unità e coesione, tornano a emergere profonde divergenze con Varvasia e Budapest. Con l'invio di un parere motivato, la Commissione europea ieri ha compiuto un passo ulteriore nella procedura d'infrazione contro la Polonia, aperta a dicembre 2021, per violazioni del diritto Ue. A Varsavia, Bruxelles contesta il mancato rispetto del principio del primato del diritto europeo su quello nazionale dopo che la Corte costituzionale polacca, in due occasioni, ha ritenuto le disposizioni della Carta incompatibili con i trattati dell'Unione. Secondo la Commissione, i giudici polacchi hanno violato i principi generali di autonomia, primato, efficacia e applicazione uniforme del diritto dell'Unione, oltre che il carattere vincolante delle sentenze della Corte di giustizia europea. La Polonia avrà due mesi di tempo per conformarsi al diritto europeo. Se così non fosse, il caso potrà essere deferito alla Corte di giustizia Ue.

Come se non bastasse, si intensifica contemporaneamente il braccio di ferro con l'Ungheria, con cui non sono mancati gli attriti sulle sanzioni alla Russia, su cui Budapest ha messo i bastoni fra le ruote, strappando una deroga sullo stop al petrolio di Mosca. La Commissione europea ha deciso di deferire il Paese alla Corte di giustizia dell'Ue per la legge sul «divieto di promozione dell'omosessualità» ai minori. Il provvedimento, voluto e sostenuto dal primo ministro Orbán, vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto, nei media e nelle scuole, che ritragga o promuova l'omosessualità o il cambio di sesso. Ed è considerato dall'Europa una forma di persercuzione contro la comunità Lgbt e una violazione dei loro diritti. Approvato nel giugno dello scorso anno, ma poi rigettato ad aprile dalla società civile in un referendum che non ha raggiunto il quorum, è stato definito «vergognoso» dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.

E a proposito delle sanzioni a Mosca, proprio ieri Orbán, in maniera del tutto polemica, ha commentato: «Inizialmente, pensavo che ci fossimo solo sparati a un piede, ma ora è chiaro che l'economia europea si è sparata nei polmoni e fatica a respirare».

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