È prima mattina e il cielo su Teheran è azzurro e terso. Perfetto per una giornata che cambierà la storia dell'Iran. E perfetto per rendere più fotogeniche le colonne di fumo dei primi bombardamenti sulla capitale iraniana, riprese alle 7,12 ora italiana dai primi testimoni con cellulare in mano. È sabato il giorno X, quello in cui Israele e Stati Uniti assaltano assieme il regime degli Ayatollah in un massiccio raid preparato da mesi, che gli israeliani chiamano Roaring Lion e gli americani Epic Fury. Un sabato che si conclude, attorno alle 20,40, con la notizia più attesa e importante: "Khamenei è morto", battono tutte le agenzie del mondo, che riprendono fonti israeliane. Si attende la certezza ma la speranza è che storia stia per cambiare davvero.
È una giornata lunghissima, quella di una guerra nuova di zecca anche se lungamente temuta. Gli Stati Uniti avvertono subito: "L'attacco in corso contro l'Iran sarà più esteso rispetto ai raid di giugno contro gli impianti nucleari iraniani". Gli attacchi avvengono via terra, via mare, via aria. Gli aerei Usa partono gonfi di ordigni dalle basi in Medio Oriente o dalle portaerei arrivate nel Golfo Persico. Le difese aeree iraniane fanno quello che possono ma molte bombe vanno a segno. Le sirene suonano in tutto l'Iran ed esplosioni vengono udite a Teheran, a Isfahan, a Qom, a Karaj, a Tabriz, a Kermanshah, a Shiraz.
Nel mirino l'apparato militare, i siti che ospitano i missili, le forze di sicurezza locali, le Guardie Rivoluzionarie che Donald Trump minaccia così: "Deponete le armi o affronterete una morte certa". E poi figure apicali come il capo delle stesse Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il segretario del consiglio di difesa dell'Iran e uomo forte del programma nucleare Ali Shamkhani, dati tutti per morti.
E poi, ovviamente, la Guida Suprema del Paese, l'ayatollah Khamenei. Le voci sul suo destino si ricorrono per tutto il giorno: in mattinata viene dato al sicuro in un bunker a nord di Teheran, poi verso le 16 italiane un alto funzionario israeliano dichiara a Channel 1: "Secondo la nostra valutazione, non è più tra noi, ma stiamo aspettando una conferma definitiva". Conferma che non arriva. "Per quanto ne sappia, è ancora vivo", afferma il ministro degli Esteri di Teheran Abbas Araghchi e l'emittente televisiva del regime Al-Alam Tv annuncia addirittura un discorso di Khamenei in diretta; ma passano le ore e l'ayatollah non parla. A sera gli israeliani danno Khamenei per finito: il suo corpo sarebbe stato recuperato e una foto del cadavere sarebbe stata mostrata al premier israeliano Benjamin Netanyahu, che avrebbe informato anche Trump. Khamenei sarebbe stato colpito con 30 bombe sul suo compound, raso al suolo. Uccisi anche il genero e la nuora.
Morti, decine, centinaia, tra i civili, quelli certi. Persone vessate da decenni dal regime e uccise da chi questo regime vuole rovesciarlo. L'Idf assicura di aver colpito "centinaia di obiettivi nell'ovest dell'Iran". Lo spazio aereo viene chiuso "fino a nuove disposizioni", gli ospedali sono in stato di allerta, squadre di emergenza pattugliano le città, internet è fuori uso, gli abitanti di Teheran sono invitati a lasciare la città con degli sms: "Dirigetevi, se possibile e mantenendo la calma, verso altre località".
Paura? Sollievo? Incertezza? È un giorno di sentimenti contrastanti per il popolo iraniano che non sa se questo è un nuovo domani o un oggi ancora peggiore dell'ieri. Il Mossad, il servizio segreto israeliano, scrive su Telegram in farsi al popolo iraniano, invitandolo a "riportare l'Iran ai suoi giorni gloriosi" e a iscriversi "un canale Telegram altamente sicuro" per "condividere foto e video della vostra giusta lotta contro il regime". Anche Donald Trump da Washington si ammanta di nobiltà d'animo e in una breve intervista telefonica al New York Times garantisce: "Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo iraniano". Il figlio dello scià deposto, Reza Pahlavi, si accoda: "Miei cari compatrioti, ci attendono momenti cruciali".
Gli iraniani quando vengono a sapere della probabile fine di Khamenei applaudono dalle finestre timidamente, poi scendono in piazza. Ma il futuro resta incerto e nell'aria, intenso, l'odore di bruciato e di morte si confonde a quello della speranza.