"L'unico nemico buono è un nemico morto". È sul solco di questa strategia bellica che Stati Uniti e Israele si muovono dal 28 febbraio, giorno dell'avvio dell'attacco contro la Repubblica islamica dell'Iran. I raid continuano a martellare non solo siti militari, nucleari e strategici, ma soprattutto le figure chiave del regime, i simboli della dittatura e della repressione. È un modo per lanciare un segnale chiaro alla teocrazia, che va persino oltre le dichiarazioni esplicite: non ci sono e non ci saranno luoghi sicuri per chi dal 1979, anno della Rivoluzione islamica, usa il proprio sterminato potere contro oppositori politici e Paesi vicini.
Il primo a pagare il prezzo di questa "dottrina" è stato Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran, eliminato a 86 anni, dopo circa quaranta di dominio assoluto sul suo Paese, durante un massiccio bombardamento aereo sul suo compound. La decisione di ucciderlo nel primo giorno di conflitto non è stata casuale. Ha significato voler decapitare da subito la dittatura. E farlo contro ogni sua ramificazione e con ogni mezzo, dalle bombe all'AI all'intelligence. Con lui, nella stessa circostanza, sono stati uccisi Mohammad Pakpour, capo delle Guardie della Rivoluzione, quei Pasdaran che sono il braccio armato e l'anima nera del regime. E poi Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa, Abdolrahim Mousavi, capo delle Forze Armate e Ali Shamkhani, consigliere chiave di Khamenei padre. Le azioni proseguono da oltre una settimana. Perché se è vero che morto un capo se ne fa un altro, è altrettanto vero che, ucciso un capo, se ne può uccidere un altro. In tutto sono quasi una cinquantina i leader iraniani eliminati. Il loro numero aumenta di giorno in giorno. Nel mirino adesso c'è Mojtaba Khamenei, secondogenito della Guida Suprema eletto nuovo leader, dopo che il padre Ali è già diventato un "martire" per i seguaci della teocrazia.
Gli uomini passano, è il messaggio di Teheran, ma "il sistema" teocrazia resta. In attesa di nuove rivolte di piazza, sulle quali confidano Israele e Stati Uniti. Perché il giorno in cui il popolo smette di avere paura, il tiranno ha già perso.