da Roma
In queste ore le priorità di Giorgia Meloni sono state altre. Intanto analizzare e digerire una sconfitta messa sì in conto, ma non in queste proporzioni. Con una forbice di due milioni di voti in più a favore del "Sì" e con Lombardia e Veneto uniche regioni a favore della riforma della giustizia. In tutte le altre - anche nelle tante a guida centrodestra - ha prevalso il "No". Un segnale politico chiaro, anche considerando un'affluenza inattesa che si è attesta al 58,93%. Dopo una notte di riflessione e, pare, una malcelata irritazione verso i tanti autogol messi a segno dalla maggioranza (non soltanto l'affaire che ha coinvolto il sottosegretario Andrea Delmastro e le sparate della capa di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi, ma anche le uscite scomposte del Guardasigilli Carlo Nordio o il flop inatteso di regioni a forte trazione centrodestra come Sicilia e Calabria) Meloni ha rotto gli indugi. E ha cambiato passo, pretendendo le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi e chiedendo anche quelle della ministra del Turismo Daniela Santanché. Sul punto la premier è andata dritta, convinta fosse necessario un cambio di passo, un segnale di discontinuità. Non è chiaro, però, se l'approccio sarà lo stesso anche sulla riforma della legge elettorale, il primo vero termometro degli equilibri interni alla maggioranza e di quelli tra centrodestra e centrosinistra nell'era del dopo referendum.
La cronaca dice che, a meno di 24 ore dalla débâcle referendaria, la maggioranza ha deciso di accelerare sulla riforma della legge elettorale, tanto che ieri l'ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera ha deciso che l'iter prenderà il via martedì prossimo. La proposta della maggioranza, spiega il presidente della commissione Nazario Pagano di Forza Italia, "sarà abbinata ad altri otto testi di legge in materia elettorale presentati in questi anni di legislatura" e "successivamente si adotterà un testo base". I relatori sono ancora da nominare, ma l'auspicio di Forza Italia e Lega è che siano tre, uno per ogni partito di maggioranza. E per Fdi, filtra da via della Scrofa, dovrebbe toccare ad Angelo Rossi, sempre presente ai vari tavoli di maggioranza degli ultimi mesi e che dovrebbe essere aggiunto come membro pro tempore degli Affari costituzionali di Montecitorio (ovviamente in sostituzione di un altro esponente di Fdi).
Il punto è capire l'approccio della premier. Prima del referendum la linea era "avanti comunque", a prescindere da eventuali convergenze con l'opposizione. Perché, ha sempre argomentato Meloni, con la legge attuale la governabilità è impossibile (o meglio, l'hanno resa possibile Enrico Letta e Giuseppe Conte suicidandosi e non facendo l'accordo sui collegi uninominali). Oggi, evidentemente, il quadro si fa più complicato. Ma, spiega un ministro di Fdi, su questo ancora non è stato individuato un punto di caduta. Il tema, d'altra parte, è spinoso. Sia in chiave esterna che interna.
Sul primo fronte, per dire, è evidente che seppure Elly Schlein fosse tentata da una riforma elettorale che in caso di vittoria le permetterebbe di governare con numeri comodi, mai lo ammetterebbe pubblicamente e, anzi, accuserebbe la maggioranza di volere i "pieni poteri". Sul secondo fronte, restano le perplessità degli alleati. A partire dalla Lega che continua a non appassionarsi all'abolizione dei collegi uninominali, che in Lombardia e Veneto - uniche regioni dove ha vinto il "Si", fanno notare i leghisti - le permetterebbero comunque di portare in Parlamento una cospicua pattuglia. Non è un caso che nel Carroccio si dia poca importanza alla calendarizzazione della legge elettorale. "Incardiniamo la prossima settimana, fra due c'è la discussione generale, fra tre iniziano le audizioni e forse fra un mese si comincia a parlare di emendamenti", la butta lì in Transatlantico un big del Carroccio convinto che non ci sia "nessuna fretta".
E poi c'è Forza Italia, convinta ad andare avanti sul testo. Ma non a colpi di maggioranza. "Credo che una riforma elettorale vada fatta coinvolgendo le opposizioni", spiega Pagano. Insomma, un quadro per nulla lineare.