Bangkok fa la rivoluzione La "meglio gioventù" sfida il re (e la prigione)

In 200mila in piazza contro la giunta militare e il sovrano nell'anniversario del colpo di Stato

Bangkok. Ieri migliaia di persone si sono radunate a Bangkok per manifestare il proprio dissenso contro il governo del generale Prayuth Chan-ocha - al potere dal 2014 dopo aver guidato il golpe - e contro la monarchia del Re Maha Vajiralongkorn.

Le proteste nel Paese asiatico sono iniziate a giugno, dopo la scomparsa in Cambogia di un attivista thailandese, su cui ancora non ci sono informazioni ufficiali, ma quella di ieri, che secondo il programma continuerà anche per tutta la giornata di oggi, è stata la più significativa per numero di partecipanti.

La data scelta, non è un caso. Il 19 settembre del 2006, infatti, è l'anniversario del colpo di Stato contro l'allora primo ministro Thaksin Shinawatra, che fu deposto dalla carica dopo cinque anni di servizio. Accusato di corruzione e abuso di potere, ha vissuto in esilio tra Londra e Dubai fino al 2010, quando il Montenegro gli ha dato la cittadinanza. In quell'occasione, i militari proclamarono la legge marziale, sospesero la costituzione del 1997 e destituirono il Parlamento, mettendo il generale Surayud Chulanont a capo di un governo ad interim fino al 2008.

Tra i manifestanti oltre agli studenti, che anche in questo caso hanno utilizzato i simboli di Harry Potter e Hunger Games, c'erano molti degli ex seguaci di Shinawatra, appartenenti al movimento delle «camicie rosse», veterani degli scontri con le «camicie gialle» filo establishment, che nel 2010 hanno infuocato la capitale del «Paese dei Sorrisi».

Sotto una pioggia leggera, i dimostranti si sono prima radunati nel campus dell'Università Thammasat, a lungo considerata come il centro di opposizione al potere militare e monarchico, e teatro di un massacro di manifestanti che nel 1976 provocò la morte di oltre 30 persone e centinaia di feriti. Poi si sono riversarsi a Sanam Luang, uno spazio pubblico proprio di fronte al Grand Palace, dove tradizionalmente si tengono le cerimonie di Stato, chiedendo lo scioglimento del Parlamento, una nuova Costituzione, lo stop alla persecuzione politica dei critici del governo e di ridurre i poteri del re e il suo controllo sull'enorme fortuna del Palazzo che, secondo le stime, si aggira tra i 30 e i 60 miliardi di dollari.

La protesta contro la monarchia è piuttosto inusuale in un Paese dove il regnante è un'istituzione, considerato come una specie di divinità, al di sopra di tutto e tutti e dove, per chi lo critica, è previsto il carcere in base ad una legge - fra le più severe al mondo - che punisce il reato di lesa maestà fino a 15 anni di reclusione. «Stiamo combattendo per mettere la monarchia al posto giusto, non per abolirla», ha detto alla folla Panupong «Mike» Jadnok, uno dei leader della manifestazione. Nella serata di ieri la polizia ha stimato circa 20mila partecipanti, ma secondo gli organizzatori sarebbero 200mila le persone accorse per questa due giorni di protesta.

Nei giorni scorsi Prayuth ha fatto sapere che avrebbe consentito le manifestazioni come «forma di libertà di parola», ma che le richieste sulla monarchia «sono inaccettabili». Il premier ha poi anche chiesto di evitare rischi per la diffusione del coronavirus e ha esortato i dimostranti a pensare «prima alla crisi sanitaria, poi alla politica». Secondo i dissidenti l'annuncio è solamente un tentativo da parte del governo di scoraggiare i manifestanti a scendere in piazza. «Sta usando il virus come strumento», ha detto Arnon Nampha, attivista per i diritti civili nel Paese. «Non ci sono focolai in Thailandia da mesi ormai. La sua preoccupazione è priva di fondamento», ha aggiunto.

Fino ad ora la protesta è stata pacifica. Ma l'intento dei manifestanti è quello di marciare verso la vicina Government House oggi. E così la situazione potrebbe cambiare velocemente.

La polizia, intanto, ha schierato 10mila agenti nella zona - blindati compresi - pronti ad entrare in azione.

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