A Berlino tornano i falchi Ue "No a un altro piano di aiuti"

Il ministro Lindner: "Il Next generation? È una tantum". E i rigoristi Bce spingono sul rialzo dei tassi

A Berlino tornano i falchi Ue "No a un altro piano di aiuti"

«I Paesi che si sono sottoposti a piani di salvataggio hanno fatto passi avanti enormi». Non ci vorrà molto prima che Christian Lindner rispolveri una delle frasi più infelici di Wolfgang Schaeuble. In neppure sei mesi, il ministro che occupa ora lo scranno tedesco delle Finanze ha infatti compiuto una poderosa virata a 360 gradi. È cioè tornato a essere esattamente quel che è sempre stato, uno dei massimi esponenti del rigorismo duro e puro. Da imporre in casa propria e, soprattutto, al domicilio altrui.

Olaf Scholz, suo predecessore al dicastero e attuale premier, nonché i Verdi, si sono portati tra le mura del Bundeskanzleramt un falco (tra)vestito da colomba. La politica economica tedesca ricomincia a pencolare sul lato più conservatore, poiché dell'esponente liberale che puntava il dito, lo scorso dicembre, contro i Paesi frugali non è rimasto più niente. Il vero Chris è quello della campagna elettorale, pronto ad arringare i Paesi spendaccioni e a difendere il teorema dello «Schwarz null», ovvero il mantra del «niente debiti». Il vero Chris è quello che ieri ha chiuso il G7 dei ministri delle Finanze con una raffica di nein degna del vecchio Wolfgang. «Per le politiche di bilancio è chiaro che dobbiamo uscire dalle fasi molto espansive, non è tempo di stimoli» e aumenti dei sussidi, «dobbiamo ridurre i deficit e agire sui vasti programmi di spesa». Ergo, non esiste alcuna possibilità che la guerra in Ucraina rimetta in moto quello slancio di solidarietà su cui, durante l'emergenza Covid, l'Europa ha gettato (a fatica) le basi per il Recovery Fund. Per il 2022, si è appreso ieri, i paesi del G7 hanno messo a disposizione 19,8 miliardi di dollari per l'Ucraina (inclusi i 7,5 miliardi degli Usa). Ma è un'altra storia: «Se c'è qualcuno che sta prendendo in considerazione di rifare di nuovo qualcosa come il Next Generation Ue, allora la risposta non può che essere no. Quel programma era una tantum».

Una linea in netto contrasto con quanto espresso da Antonio Tajani, vicepresidente del Partito Popolare Europeo, vicepresidente e coordinatore unico nazionale di Forza Italia, in un'intervista al Giornale e con la proposta della Francia di creare un nuovo fondo in modo da sostenere le spese per la difesa e per ridurre la dipendenza energetica dell'Europa.

Così, la logica conseguenza di questa impuntatura porta con sé il rapido ripristino del Patto di stabilità. «La decisione è europea. Dipenderà dai dati. Non credo che indicheranno la necessità di una proroga della sospensione. E, comunque, la Germania il prossimo anno si atterrà alla regola del pareggio di bilancio previsto dalla nostra costituzione». Anche in questo caso, Lindner si muove in direzione ostinata e contraria rispetto a quei Paesi che spingono per non tornare prima della fine del 2023 alle regole di politica fiscale.

La crescita declinante, con il rischio di una stagflazione alle porte, impone prudenza e capacità prospettica. Berlino, invece, manca di visione periferica: pur di far deflettere un'inflazione rampante (al 7,4% in aprile) è pronta a sacrificare il resto. Convinta com'è che, una volta sconfitto il carovita, la ripresa verrà da sé. Lindner conta sull'appoggio della Bce. Non mancherà. «I tassi devono aumentare. Qualcuno dice di mezzo punto, ma la cosa importante è iniziare i rialzi», ha detto ieri il capo della Bundesbank, Joachim Nagel. Strada quindi segnata, mentre lo spread Btp-Bund sale a 205 punti e il rendimento del decennale supera la soglia del 3%. Senza aiuti dell'Eurotower, con tassi più alti e una bella rinfrescata al Patto nel suo format originale dove sarebbe lo spread? E cosa direbbe Lindner a proposito dei Paesi che hanno bisogno di essere salvati?

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