Biden jr, il rampollo che imbarazza papà

Affari, droga e un pesante conflitto di interessi per il figlio dell'ex vice di Obama

Biden jr, il rampollo che imbarazza papà

Si sa, sparare su Donald Trump è una spassosa abitudine della stampa «libera» e «democratica». Da coltivare con la stessa spensieratezza con cui negli anni 70 i nostri genitori, alieni da preoccupazioni animaliste, ci accompagnavano in sala giochi per sparare al povero orso protagonista e vittima del tiro a segno più popolare dell'epoca. Ma nonostante tanta spensieratezza, la stampa «libera e democratica» dovrebbe spiegarci chi sia veramente Hunter Biden, il rampollo dell'ex vicepresidente trasformatosi in principale sfidante di Trump nella corsa alla Casa Bianca. E perché il «cattivo» Donald pretenda che si indaghi su di lui. Ma raccontarlo non giova molto alla sacra causa dell'impeachment. E ancor meno a quella di un Joe Biden a cui nessuno si sogna di chiedere come mai nel 2014, proprio mentre da vice-presidente segue in prima persona il dossier Ucraina, suo figlio Hunter entri, con uno stipendio da 50mila dollari al mese, nel consiglio d'amministrazione della Burisma Holding. Quali sono i meriti di Hunter? Quali competenze gli garantiscono quel posticino ben retribuito ai vertici della società che controlla gran parte del gas naturale di Kiev? E soprattutto come mai a invocarne la nomina è Mykola Zlochevsky, l'oligarca iper-corrotto che - pur essendo stato ministro e sottosegretario nel governo dell'appena deposto presidente Viktor Yanukovitch - mantiene il controllo della compagnia anche dopo la cosiddetta «rivoluzione di Euromaidan»? Quel piccolo, affascinante mistero, ahinoi, non interessa a nessuno. Come a nessuno interessa ricordare che pochi mesi prima, nel febbraio 2014, Hunter è stato cacciato dalla Riserva della Marina perché positivo a un test sull'uso di cocaina. Un vizietto già costatogli in passato un'incriminazione. Ma il vizietto più serio di Hunter, reduce da una carriera di lobbista già poco adeguata per il figlio di un senatore, è l'abitudine di navigare nella scia di papà per garantirsi ottimi e remunerativi affari. Prima che Trump si occupasse di lui, trasformandolo in vittima intoccabile, il New Yorker e il sito Interceptor avevano scritto del suo viaggio a Pechino del 2013 quando, subito dopo l'incontro di papà Joe con il presidente Xi Jinping, Hunter si ritrova al fianco un socio cinese e apre la società d'investimenti Bohai Harvest Rst. Attraverso quella società transiteranno varie commesse del governo cinese per l'acquisto di strumenti di riconoscimento facciale digitalizzati. Strumenti utilizzati per la repressione di quella minoranza musulmana degli uighuri di cui Washington Post e New York Times descrivono ricorrentemente le vessazioni. Omettendo, ovviamente, di ricordare gli affari del figlio del candidato democratico alla Casa Bianca. Ma a rendere ancor più consistente il sospetto di un pesante conflitto d'interessi a livello familiare è l'inchiesta, uscita ad agosto su «Politico Magazine», che ricostruisce le manovre del rampante Hunter e dello zio James, fratello minore di papà Joe, per acquisire nel 2006 il controllo della «Paradigm Global Advisor». Una manovra che, a dar retta all'articolo, punta a trasformare quella società d'investimenti in una sorta di lavanderia attraverso cui far transitare i finanziamenti, assai poco legali, destinati ad alimentare le future campagne elettorali del senatore Joe Biden. Ma rassegnatevi. Ormai quelle non sono più notizie, ma dettagli, minuzie, bazzecole. Forse persino «fake news». Di certo particolari ininfluenti a cospetto del sogno - tanto pervicacemente coltivato dall'informazione «libera» e «democratica» - di abbattere per sempre l'orso Trump.

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