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La bufala dell'affluenza record

Manca un (ex) elettore su tre ma è tutto a posto. Il primo problema sul tavolo della neosegretaria del Pd Elly Schlein sta in un numeretto, sempre che lei lo voglia vedere: -33%

La bufala dell'affluenza record

Manca un (ex) elettore su tre ma è tutto a posto. Il primo problema sul tavolo della neosegretaria del Pd Elly Schlein sta in un numeretto, sempre che lei lo voglia vedere: -33%. L'affluenza alle primarie di domenica ha superato il milione di persone, soglia minima per considerare il sistema del voto ai gazebo sufficientemente credibile. La stragrande maggioranza dei giornali festeggia il grande successo democratico, e in tempi di vacche magrissime qualche ragione per esultare c'è. Ma più di 500mila persone rispetto al 2019 - quando venne eletto Nicola Zingaretti - hanno deciso di restare sul divano. Segno che la disaffezione della base, già espressa nettamente alle recenti elezioni regionali con un'affluenza crollata al 40% soprattutto «da sinistra», si è cronicizzata, e non si torna più indietro. Se Lazio e Lombardia erano due partite politiche dall'esito ampiamente già scritto e fondamentalmente irreversibile, stavolta la leadership del Pd era più contendibile, e questo avrebbe dovuto rianimare la partecipazione popolare. In fondo, per l'elettore Pd si trattava di scegliere tra due identità diverse, una più massimalista e una più riformista, sebbene entrambe agganciate a vecchi schemi di finta contrapposizione al sistema economico e alle lobby. Se non è successo un motivo ci sarà. Il Pd infatti è (ancora per poco...) il più classico dei catch-all parties o partiti acchiappatutto, secondo la definizione coniata da Otto Kirchheimer tanto cara al grande ideologo ombra di Bettino Craxi, Luciano Pellicani. Un movimento di massa che vuole attrarre consensi pescando al suo interno sensibilità diverse - per non dire opposte - sullo stesso argomento, che sia il cattolico e il gay, l'operaio e l'imprenditore. Un'operazione che ha senso politico soprattutto in campagna elettorale. Chi è rimasto a casa evidentemente ha scelto di abbandonare questa nave alla deriva radical decisa dalla nuova nocchiera, proprio perché per alcune sensibilità ormai non c'è più spazio, come conferma l'addio di Beppe Fioroni. E questo riaccende i riflettori sulla partecipazione. Se si guarda al precedente del 2019 qualcuno maligna che i voti presi dalla Schlein (587mila) siano gli stessi di Cuperlo e Civati nel 2013 (510mila), Vendola nel 2012 (486mila), Marino nel 2009 (380mila). «La sinistra del Pd tiene. Il resto sparisce. O forse scappa», twitta il direttore del Foglio Claudio Cerasa. Allora con 500mila voti si stava all'opposizione, oggi si scala un partito che ha l'illusione di voler rappresentare tutta la sinistra. C'è anche chi maligna che l'affluenza ai gazebo Pd sia stata gonfiata da chi sapeva che la vittoria della Schlein avrebbe sparigliato le carte delle alleanze. Quel che appare scontato è che la sconfitta di Bonaccini riavvicina i Cinque stelle, apre praterie per la transumanza dei delusi nelle fila del Terzo Polo, che siano gli ultimi renziani, semplici riformisti o semplicemente cattolici, traccia un solco ancora più ampio rispetto ai partiti moderati del centrodestra come Forza Italia, che potrebbe in parte beneficiare dell'effetto centrifuga innescato dalla vittoria della Schlein. Per il Pd è un nuovo inizio o l'inizio della fine? Lo sapremo alle Europee 2024.

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