"Luca Attanasio è stato ammazzato perché aveva scoperto un traffico di visti dal Congo verso l'Italia". C'è un supertestimone pronto a far riaprire le indagini già archiviate, a più di cinque anni dalla morte dell'ambasciatore italiano (nella foto) falciato il 22 febbraio 2021 nella Repubblica democratica del Congo assieme al carabiniere della sua scorta Vittorio Iacovacci (30 anni) e all'autista del convoglio, Mustapha Milambo. La sua deposizione è stata riversata in una denuncia firmata da Andrea Di Giuseppe, il deputato Fdi eletto all'Estero che da anni cerca la verità su Attanasio per dare giustizia alla moglie del diplomatico italiano, assassinato a soli 44 anni, e alle figlie. Una sorta di contrappasso per una magistratura che si è arresa troppo presto, priva di pm "in carriera".
Non c'è solo la testimonianza raccolta proprio dal vicepresidente della commissione Esteri della Camera, ma anche una mole di documenti forniti a Di Giuseppe da un diplomatico ancora in servizio alla Farnesina, che legherebbero la morte di Attanasio a traffici illeciti di visti che avrebbe scoperto. "La sua è una morte annunciata perché la Farnesina al tempo non gli avrebbe garantito una protezione adeguata", avrebbe detto il diplomatico al parlamentare - che presto potrebbe essere ascoltato in Procura a Roma - disponibile a esibire le prove documentali su "anomalie" che sarebbero già state segnalate ad alti vertici diplomatici del tempo (alcuni ancora in carica), senza che fossero adottati provvedimenti efficaci. Nell'esposto già all'attenzione del Nucleo di Polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Roma (già al fianco di Di Giuseppe nella vicenda che ha portato alla condanna di due funzionari della Farnesina per un traffico di visti dal Bangladesh in cambio di tangenti milionarie) ci sarebbe una pista che porta a Kinshasa e a "gravi irregolarità" in merito alla una tratta di visti italiani in vendita a 7mila dollari (5mila per il visto, 2mila per biglietto aereo e servizi connessi) risalente al periodo precedente l'incarico di Attanasio. Un racket con criminali locali e internazionali che il nostro giovanissimo diplomatico avrebbe scoperto.
Le prime anomalie risalirebbero a metà maggio 2016 fino al luglio 2017, ci sarebbero relazioni e segnalazioni ufficiali - senza seguito - su situazioni consolidate nel tempo e un sistema organizzato con implicazioni rilevanti sotto il profilo della sicurezza nazionale, della legalità e della tutela del personale.
Dall'analisi dei documenti consegnati emergerebbe una drammatica assenza di adeguati protocolli di sicurezza: "Mancava ad esempio un autista dei carabinieri addestrato alla guida di mezzi blindati, sostituito invece da un autista locale. Allo stesso modo il dispositivo di sicurezza per Attanasio era di soli due uomini", spiega al Giornale Di Giuseppe, che per le sue indagini interne alla Farnesina che hanno già portato a decapitare interi uffici, ha ricevuto diverse minacce di morte.
Da qui l'appello alla magistratura che si è arresa troppo presto di fronte a un'indagine certamente complessa, in cui il deputato meloniano si è mosso come fosse un inquirente, portando a casa un importante risultato investigativo su cui servirà fare chiarezza. "L'obiettivo è arrivare a una piena ricostruzione dei fatti, lo dobbiamo a Attanasio e Iacovacci", ribadisce Di Giuseppe al Giornale. Se ci fossero state negligenze della nostra diplomazia toccherà a magistratura e inquirenti scoprirlo.
L'allarme sui racket illegali di visti e l'ombra delle mafie dietro gli abusi del click day previsto dal decreto Flussi era stato sollevato dal premier Giorgia Meloni all'Antimafia nel 2024. Chissà che non ci sia un collegamento.