Contro i 5S, anzi no: le "alleanze variabili" di Calenda

Carlo Calenda, con interviste rilasciate nella stessa giornata, ha fatto diverse affermazioni sui grillini. É già un maestro delle alleanze variabili. Torna il "ma anche" alla Walter Veltroni

Contro i 5S, anzi no: le "alleanze variabili" di Calenda

Carlo Calenda è contrario all'alleanza con il MoVimento 5 Stelle, ma anche favorevole. Non è più l'epoca del "maanchismo" di Walter Veltoni, ma il leader di Azione è riuscito ad affermare cose molto diverse nell'arco di una sola giornata. Entrambe le prese di posizione derivano da interviste. Una è quella pubblicata da IlGiornale.

In un passaggio rilasciato a Laura Cesaretti, l'uomo che è arrivato terzo alle amministrative romane si oppone con fermezza a qualunque ipotesi riguardi l'alleanza con i grillini targati Giuseppe Conte: "Per la prima volta - ha detto - sono perfettamente d'accordo con lui (con l'ex "avvocato degli italiani", ndr). Condivido la sua linea, del resto mi sarebbe oggettivamente difficile dover concordare strategie politiche con la Taverna. Anzi, dirò di più: se il Pd riesce a farli entrare nel gruppo socialista europeo, io ne uscirò". Una linea ferma che non prevede aperture nei confronti del "populismo grillino", che in questo caso l'ex candidato a sindaco di Roma osteggia con decisione. Ieri Conte, durante l'assemblea parlamentare grillina, ha detto di voler togliere dall'imbarazzo Calenda, sottolineando come nessun pentastellato abbia intenzione di far parte della stessa coalizione dell'europarlamentare socialista. E Calenda, con presunta coerenza, chiude a sua volta. Ma c'è un "però" grosso come una casa.

Sempre oggi, parlando con La Stampa, il leader di Azione ha fatto un'altra affermazione sul contismo e sui pentastellati: "Non ho problemi con Conte - ha premesso in questo caso - , penso solo che non abbia governato bene e che rischi di non farcela a resistere alla guida del MoVimento". Toni diversi da quelli registrati da IlGiornale. Poi il distinguo al miele: "Ma ci sono altri 5Stelle, tipo Patuanelli e Todde, con cui parlo e che credo facciano un buon lavoro. Con Di Maio - prosegue l'uomo che vorrebbe ereditare lo schema di Ferruccio Parri e le idee di Carlo Rosselli - sono più in difficoltà, perché al Mise ha fatto uno sfascio e ritengo serva una classe dirigente di qualità, che amministri con competenza". Insomma, dipendesse da Calenda, con una parte di grillisimo si potrebbe governare eccome. Con buona pace dell'impostazione fornita nella prima delle interviste.

Da osservatori esterni, ci stiamo abituando a questa doppia linea alla Carlo Calenda, che anche su Roma ha dichiarato di votare per il candidato del Pd Roberto Gualtieri, rimarcando tuttavia di non sostenerlo in senso stretto. Una formula atipica, per usare un eufemismo. Il "maanchismo", appunto, che torna in auge "grazie" all'europarlamentare che continua a sedere con la sinistra in Ue. Ma c'è dell'altro. Sì, perché in una terza intervista - quella rilasciata sempre oggi ad IlGiorno - Calenda presenta una terza disamina politica. In quest'ultima circostanza, il leader di Azione parla di una "esplosione" imminente da parte grillina, dunque della non necessità di porsi il problema dell'alleanza con Giuseppe Conte.

Riassumendo: nel corso della stessa giornata, Calenda ha chiuso all'alleanza organica con il grillismo, operato un distinguo, confidando che una parte del MoVimento prevalga sull'altra, e infine dato per politicamente morto il MoVimento 5 Stelle. Cosa voglia Carlo Calenda continua a non essere chiaro ai più. Certa, invece,, con la proposta di piazzare l'ex premier Paolo Gentiloni al Quirinale, è l'appartenenza politica, che continua ad essere di sinistra se non direttamente piddina. L'Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo è la stessa del Partito Democratico, che Calenda contesta, per così dire, in Italia, ma evita di attaccare in Ue. Un altro caso di "maanchismo", che non dovrebbe stupire più di tanto.

Il leader di Azione, che è appena apparso sul palcoscenico politico nazionale in qualità di presunto attore solitario, è già un maestro dell'alleanza variabile. Proprio come i grillini di Giuseppe Conte.

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