Il "campo largo" di Letta? Fallimento totale. Il segretario dem è in balìa delle correnti

Ogni mossa per saldare i giallorossi naufraga: dal seggio di Roma al Ddl Zan

Il "campo largo" di Letta? Fallimento totale. Il segretario dem è in balìa delle correnti

Il «campo largo», marchio di fabbrica di Enrico Letta, si restringe a ogni mossa del segretario. Il grande Ulivo, da Pierluigi Bersani a Carlo Calenda e (a giorni alterni) Matteo Renzi, puntualmente si infrange contro il principio di realtà. L'ultimo fallimento del metodo-Letta si è registrato sulla candidatura del leader del M5s Giuseppe Conte nel collegio di Roma centro alla Camera, il seggio lasciato libero dal neo sindaco della Capitale, il dem Roberto Gualtieri. L'operazione è partita domenica dal Nazareno e lunedì si è scontrata con i dubbi di Conte. E allora prima un sì parziale dell'ex avvocato del popolo, poi il tramestio e la retromarcia. Il progetto di Letta si prestava a diverse letture: sicuramente l'approdo di Conte a Montecitorio sarebbe stato utile per tentare di blindare la riottosa truppa grillina in vista del Quirinale, secondo alcuni beninformati la poltrona per l'ex premier avrebbe anche suggellato l'alleanza giallorossa in preparazione dell'eventualità delle elezioni anticipate. Ma Conte, molto per paura e un po' per tenersi le mani libere, ha rinunciato. Così Letta per la prima volta è finito davvero nel mirino delle correnti del Pd, dormienti e però sempre pronte a destarsi davanti a un passo falso del segretario.

Mentre Conte il giorno dopo spiega le sue ragioni in televisione, è eloquente il silenzio dei democratici. Matteo Renzi e Carlo Calenda attaccano sui giornali, dal Partito Democratico si levano voci anonime che parlano di «beffa» e «figuraccia» di Letta, che si è fatto dire di no dal capo dei Cinque Stelle, dopo avergli offerto una poltrona in un collegio sicuro per il centrosinistra. Non mancano nemmeno i veleni e le ipotesi sulla fuga di notizie di domenica pomeriggio. Chi è stato ad anticipare alla stampa l'idea di Letta? La fonte è del M5s o del Pd? Resta un fatto: se si apre il «campo largo» al Movimento si perdono pezzi al centro, quando dal Nazareno provano a coinvolgere Calenda e Renzi i pentastellati si irrigidiscono. Collegata allo schema delle alleanze è la questione della legge elettorale, adesso sullo sfondo ma pronta a esplodere nel 2022.

Letta e Conte da un lato, Renzi dall'altro. Come nel pasticcio sul Ddl Zan. Un altro dossier su cui è naufragata la strategia del segretario. Alla prova del voto segreto sulla legge sull'omotransfobia la coalizione si è sfarinata, nonostante l'ostinazione del leader del Pd, determinato ad andare avanti senza cercare una mediazione. Il risultato è stato di una quarantina di franchi tiratori, da ricercare con tutta probabilità tra i grillini e Italia Viva. Come se non bastasse, nelle ultime ore la leadership dem è in imbarazzo per lo sciopero generale annunciato da Cgil e Uil. Un nuovo smottamento, stavolta a sinistra. Neanche le amministrative hanno premiato il «campo largo». I progressisti, infatti, hanno vinto a Milano, Roma e Torino senza allearsi con il M5s. E se dopo il voto sullo Zan Letta aveva escluso Renzi dalla grande alleanza, sperava almeno di recuperare Calenda. La reazione violenta dell'ex ministro all'ipotesi di Conte candidato alla Camera ha messo una pietra sopra le residue speranze di convivenza tra Azione e gli stellati. A tutto ciò bisogna aggiungere il rischio che il Pd per la prima volta si ritrovi senza un candidato forte per il Quirinale. Senza dimenticare la palude in cui è finito il progetto di adesione del M5s al gruppo dei socialisti europei. Anche di questo se ne riparlerà a gennaio.

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