Due ore di guerriglia urbana nel cuore della Stazione Centrale di Milano e in metropolitana, con violenze e devastazioni tra i viaggiatori terrorizzati, con i poliziotti presi a pugni, calci, sassate e sprangate, non sono un reato abbastanza grave da farne arrestare gli autori. Le indagini con cui la Digos milanese ha individuato diciassette protagonisti dell'assalto alla Centrale del 22 settembre scorso - tutte facce ben note della galassia dei centri sociali - partoriscono un risultato inferiore alle aspettative degli investigatori e della Procura della Repubblica.
Il giudice preliminare Giulia d'Antoni rigetta tutte le richieste di arresto e dispone misure assai più blande: obblighi di firma, obblighi di dimora. Una maggiore severità, scrive il giudice nel suo provvedimento, avrebbe comportato agli estremisti "eccessive limitazioni alla loro formazione e al loro percorso di studio". D'altronde, aggiunge il magistrato, "il tumulto trascinante della folla, il perseguimento di una motivazione profondamente sentita", hanno indotto gli ultrà a credere di poter passare alle maniere forti.
Le immagini dell'assalto alla stazione, al termine del corteo in solidarietà con la Palestina sotto attacco, avevano fatto impressione. L'obiettivo dichiarato dei centri sociali era bloccare la circolazione ferroviaria, come accaduto a Bologna e altrove: per questo la Questura aveva disposto un cordone di sicurezza nell'atrio centrale dello scalo, che però era stato attaccato frontalmente sia dagli spezzoni di corteo provenienti da via Vittor Pisani che dalle scale mobili della metropolitana. Le telecamere avevano registrato scene di violenza crescente con i poliziotti attaccati individualmente, isolati, colpiti con ogni mezzo disponibile, mentre i treni in partenza venivano bloccati. Solo l'arrivo dei rinforzi permise che i pendolari quel pomeriggio potessero tornare a casa.
Quattro dei manifestanti più esagitati erano stati arrestati in flagranza e liberati poco dopo; le indagini erano proseguite per dare un nome ai loro complici, ed erano riuscite a individuare i diciassette finiti al centro dell'ordinanza di ieri. Nell'elenco un campionario generazionale dell'ultrasinistra, maturi estremisti come il 55enne veronese Giovanni Purpura e il 69enne Samuele Cattini, e nuove leve già rodate come la ventiduenne milanese Rachele Fiore. Il pm Francesca Crupi il 18 marzo scorso aveva avanzato otto richieste di arresto per i protagonisti delle azioni più violente, e il gip aveva fissato gli interrogatori di garanzia. Ed è proprio il faccia a faccia con gli indagati che ha convinto il magistrato a non infierire.
"La percezione avuta da questo giudice in sede di interrogatori - scrive la d'Antoni - è stata quella che possano avere indotto gli indagati a iniziare un processo di rivisitazione critica del proprio operato"; sono apparse "verosimilii le affermazioni degli indagati secondo cui gli stessi non si fossero recati alla manifestazione con l'intento di dare luogo a scontri accesi con la polizia"; "l'ingresso
alla stazione era stato reputato un atto disobbedienza civile volto a sostenere ulteriormente la causa palestinese". Uno "ha compreso l'errore e affermato che non si sarebbe più trovato in una situazione analoga". Si vedrà.