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"Con le carriere separate Tortora in primo grado sarebbe stato assolto da tutte le accuse"

L'avvocato Della Valle ricorda il calvario giudiziario del presentatore: "I giudici si appiattirono sulle richieste della Procura"

"Con le carriere separate Tortora in primo grado sarebbe stato assolto da tutte le accuse"
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Le prove non erano prove e nemmeno indizi. "Anche un bambino - riflette l'avvocato Raffaele Della Valle - avrebbe archiviato. Invece la Procura andò avanti contro ogni evidenza, contro ogni smentita, contro ogni ragionamento di buonsenso. E alla fine anche i giudici persero la bussola e parteciparono al massacro di Enzo Tortora (nella foto)".

Sono passati 43 anni da quel 17 giugno 1983 e dall'incredibile e vergognoso arresto dell'inventore e conduttore della popolare trasmissione Portobello, programma di culto della televisione degli anni Ottanta. Adesso il nome del giornalista torna nel mulinello dei dibattiti e delle polemiche che accompagnano il referendum sulla separazione delle carriere.

"Fu un disastro senza precedenti della giustizia italiana - racconta il principe del foro -. Basti dire che l'arresto fu convalidato dal tribunale del riesame e devo aggiungere che in primo grado senza lo straccio di un elemento Tortora fu condannato a dieci anni di carcere, un'enormità; la pena fu poi cancellata, sempre troppo tardi, solo in appello nel 1986. Allora c'era ancora il vecchio codice di procedura penale e il pubblico ministero procedeva a braccetto con il giudice istruttore, però dominus di quella sciagurata indagine fu certamente la procura di Napoli. La procura si appoggiò alle dichiarazioni false e calunniose di alcuni pentiti, confutati da noi inutilmente in tutte le sedi".

A distanza di tanto tempo, Della Valle oscilla fra considerazioni di segno opposto: "I giudici si appiattirono sulle richieste senza fondamento della Procura, non svolsero alcuna verifica, e non so dire se questo accadde per sudditanza culturale, sciatteria o altro. Però andò proprio così. Chissà, ci fosse stata la separazione delle carriere forse sarebbe finita in un altro modo, forse sarebbe stato eretto un argine all'accoglimento acritico di tesi strampalate, sostenute per anni e anni nel vuoto più totale".

"Però - prosegue Della Valle, virando verso il pessimismo -, è anche vero che tu puoi fare tutte le riforme che vuoi, se i giudici non ragionano e si lasciano sedurre da sillogismi campati per aria, allora l'errore può ripetersi e riproporsi anche oggi, in qualunque contesto e in qualunque situazione".

La riforma, ora all'esame del popolo, attraverso lo strumento del referendum, avrebbe forse spinto i giudici a ponderare con più attenzione e rigore quel che la procura sosteneva con grande enfasi? Certo, qualunque osservazione si smarrisce davanti a giudici che ascoltano solo la voce dell'accusa.

Gli esempi in quella vicenda sono clamorosi: "Fu valorizzata dall'accusa - prosegue il penalista, difensore nel corso di una lunga carriera di una galleria di personaggi celebri come la modella Terry Broome - la lettera che un tizio, ispirato dal pentito Giovanni Pandico, aveva scritto dal carcere chiedendo il rimborso di 800mila lire per i centrini inviati in redazione e mai venduti a Portobello, anzi persi da qualche parte. Noi già il 23 giugno 1983, nel primo interrogatorio, dimostrammo che i centrini esistevano veramente e non erano come sosteneva Pandico una copertura per indicare la droga. Fra l'altro c'era la prova provata che la lettera non era stata inviata a Tortora personalmente ma alla segreteria di Portobello, era passata dai canali ufficiali della Rai ed era stata protocollata. Niente, la prova fu considerata ugualmente valida".

Così fu strombazzata la presunta agenda di un camorrista che conteneva secondo l'accusa il nome di Tortora. In realtà era il taccuino della fidanzata del criminale e l'appunto si riferiva a un parente di lei, che vendeva bibite e si chiamava Tortosa e non Tortora. Uno sbaglio grossolano.

Sull'agenda c'era il numero di telefono, bastava farlo, ma nessuno fra gli investigatori compose mai quelle cifre. Tortosa venne in aula solo in appello e quando il presidente gli chiese che prove aveva per dimostrare che era lui e non Tortora, quello candidamente disse: "Presidente, facite 'u numero".

Dopo quaranta e più anni arriva la riforma.

"Uno dei due pm, Felice Di Persia, fu poi eletto al Consiglio superiore della magistratura e insomma tutta la classe dei togati - è la conclusione - tributò una standing ovation a un'indagine scriteriata, costruita senza basi e avallata a occhi chiusi dai giudici di primo grado". La ferita è ancora li e non si è mai rimarginata.

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