"In casa come in barca. Così si sopravvive in spazi molto ristretti"

Il campione di vela: "Per restare a galla serve educazione. E niente calzini bagnati in giro".

Alberto Bolzan è il velista italiano che ha nel suo curriculum due partecipazioni al quello che è considerato il massimo evento velico in equipaggio, la Ocean Race, un tempo nota come Whitbread. Triestino, Alberto nell'ambiente velico si è meritato il soprannome di Ferrari per la sua particolare abilità. La prima è stata con Alvimedica, in quella edizione era l'unico italiano in regata. Poi ha navigato su Team Brunel dello skipper olandese Bouwe Bekking: sono arrivati terzi, vincendo la tappa più leggendaria, quella che sfiora il mitico Capo Horn.

Le condizioni di vita a bordo delle barche che partecipano al giro del mondo sono molto vicine a quelle che un milanese abituato al gozzo di Portofino direbbe di sopravvivenza: è come essere dentro una lavatrice perché l'acqua che dovrebbe restare fuori in realtà è ovunque. Per una tappa impegnativa nei mari del sud ci si veste alla partenza e ci si sveste dopo 20 giorni di planate e velocità incredibili, oltre al panorama e l'adrenalina si condivide il cibo liofilizzato, il buio, l'acqua a pochi gradi sopra lo zero e gli iceberg.

Alberto, nel giro del mondo condividete anche la cuccetta e il sacco a pelo: si dorme a turno e ci sono pochi letti. Ci vogliono nervi saldi.

«Esatto, si dorme a rotazione per cui è fondamentale essere con persone civili, buoni compagni di equipaggio, che sanno occuparsi di se stessi e degli altri. Quando il sacco a pelo si bagna poi ci tocca tenerlo bagnato per venti giorni, tutta la tappa. Per cui la necessità per te e l'altro è tenerlo asciutto, pulito, metterlo in ordine. Ci vuole educazione».

Qual è la cosa più pesante da sopportare?

«Se si è educati non succede nulla, ma se qualcuno lascia i calzini bagnati in giro o versa l'acqua negli stivali qualcosa succede. Quando capita di avere un membro dell'equipaggio cui bisogna fare da balia a lungo andare porta malumore. Già la vita è dura, se bisogna anche pensare alle faccende di casa degli altri diventa più complicata».

Prima di partire vi preparate alla convivenza in qualche modo?

«Tra noi professionisti non c'è bisogno: la selezione è già fatta tra persone esperte. Eventuali problemi di convivenza si presentano già nelle fasi di selezione. Tra le caratteristiche che osserva chi decide la prima tra tutte è quella di saper vivere in gruppo e all'interno di una barca. Puoi essere veloce quanto vuoi, ma se pensi tutto il giorno a come provocare, i risultati non arrivano mai».

Come scegli un equipaggio da skipper?

«La cosa più importante oltre al talento tecnico è l'attitudine al lavoro di squadra. Bisogna essere convinti che solo dalla forza del gruppo arriva la vittoria. Bisogna tirar fuori il meglio da tutti quanti, conservare e scoprire le motivazioni anche nei momenti peggiori».

C'è qualcuno che perde la testa prima degli altri nei momenti di vera crisi?

«Tutti cedono, tutti hanno paura, tutti hanno fame, tutti hanno sonno e momenti di difficoltà, problemi a casa anche quando sei in mezzo all'Oceano. La gestione delle emozioni diventa importante e la competizione così lunga ti porta a essere come una grande famiglia e l'aspetto emotivo incide nella prestazione sportiva. Il gruppo vince se sa restare compatto di fianco a chi vive momenti difficili. Il bello del giro del mondo è che scende in profondità anche in questi aspetti che in altri sport hanno meno peso. C'è chi in difficoltà si tranquillizza e diventa più razionale e programmatore e chi vive più di impulsi dettati dalla situazione e dall'emotività».

Che programmi hai?

«Per ora sono con il gatto sul divano... Ma con il telefono in mano per tutto il giorno a lavorare ai progetti futuri. Cerco di mantenere la forma fisica e in questi giorni sto facendo gli stessi programmi di allenamento in casa, che non è semplice».

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