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Una centrale elettrica nelle acque del Vajont. Il progetto indigna i residenti: "Luogo sacro"

Nel 1963 una frana fece 1.917 morti. Ma il sindaco dice sì

Una centrale elettrica nelle acque del Vajont. Il progetto indigna i residenti: "Luogo sacro"
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Una centrale idroelettrica per sfruttare le acque del Vajont solleva dubbi sull'opportunità di un simile progetto in un luogo di dolore e di memoria.

Il progetto è della società sacilese Welly Red srl ed è stato depositato alla Regione Friuli-Venezia Giulia lo scorso 12 dicembre per la verifica di assoggettabilità alla procedura di Valutazione d'impatto ambientale. Al momento, riportano i giornali del Gruppo Nem, la pratica è ancora nella fase iniziale. Nel dettaglio il progetto prevede la realizzazione di una centrale idroelettrica che sfrutterebbe le portate già in transito nella galleria di scarico del "lago residuo C", il bacino formatosi dopo la frana del Monte Toc della sera del 9 ottobre 1963. L'acqua verrebbe intercettata poco prima dello sbocco della galleria, convogliata attraverso una condotta posta in un pozzo verticale e utilizzata per alimentare turbine installate in una centrale realizzata in caverna alla base della forra del Vajont.

Dopo la produzione di energia, l'acqua verrebbe restituita nello stesso tratto del torrente, senza creare tratti in secca. La potenza nominale prevista è di circa 1,8 megawatt, con una produzione annua stimata in oltre 13 gigawattora.

Già trent'anni fa, nel 1996, era stato presentato un progetto simile di cui l'attuale è in qualche modo l'erede. In quel caso tutto si arenò anche a causa delle resistenze da parte delle comunità all'idea di uno sfruttamento industriale di un luogo in cui tutti 62 anni fa persero un avo. Quella sera, alle 22,39 del 9 ottobre 1963, una enorme frana di 260 milioni di metri cubi di roccia staccatasi dal Monte Toc precipitò nelle acque del Vajont, un bacino idroelettrico artificiale realizzato con l'omonima diga al confine tra le province italiane di Belluno e Pordenone. La conseguente spaventosa tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso, piombò dapprima sui piccoli paesi di Erto e Casso, poi, toccando i 250 metri di altezza, superò la diga e distrusse i più grandi comuni del fondovalle come Longarone provocando la morte di 1917 persone, tra cui 487 bambini e adolescenti.

Un luogo sacro per la memoria di un'intera comunità che meriterebbe la solennità del silenzio alla produzione di energia elettrica. Anche se in base alla producibilità stimata, il rientro economico atteso viene indicato in circa 1.662.500 euro all'anno a fronte di un costo complessivo dell'opera di 12 milioni di euro.

Il sindaco di Longarone Roberto Padrin ha espresso parere contrario all'opera, richiamandosi al valore "sacro" della valle e dell'acqua che la attraversa e ha chiesto quanto meno che la popolazione venga consultata. Più possibilista Antonio Carrara, il sindaco di Erto e Casso, il comune su cui insisterebbe la centrale, che al Correre del Veneto dichiara: "Di fatto l'acqua del Vajont, attraverso le concessioni idroelettriche, oggi garantisce introiti a tutti i comuni lungo il corso del Piave.

Soldi preziosi, per piccole comunità di montagna con cui assicurare servizi ai cittadini. Noi di Erto e Casso siamo rimasti gli unici a non trarne benefici. Se nascesse la centrale avremmo anche noi quel che ci spetta".

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