I primi due nodi sono venuti al pettine 24 ore dopo il risultato del referendum: sono saltate le poltrone del sottosegretario, Andrea Delmastro, e della capo di gabinetto del ministro della Giustizia, Giusi Bartolozzi. Poi Giorgia Meloni ha rivolto una richiesta formale di dimissioni al ministro Daniela Santanchè: in un primo momento la ministra ha risposto picche("le escludo categoricamente") ma di fronte ad una richiesta plateale da parte della premier la vicenda è diventata bollente. In un colloquio la Meloni ha fatto appello alla "sensibilità istituzionale" e la Santanchè ha risposto con una mezza battuta: "Io non ho sensibilità". Tant'è che oggi, come se niente fosse, dovrebbe recarsi nel suo studio al ministero.
Anche Delmastro ha provato a resistere alla furia della Meloni che addirittura ieri mattina avrebbe paventato "un rimpasto di governo": ipotesi complessa che avrebbe tirato in ballo il Quirinale. Alla fine l'amaro calice il sottosegretario è stato costretto a berlo messo in sordina pure dagli alleati. "Impossibile difenderlo - spiegava ieri mattina Toccalini, uomo fidato di Matteo Salvini - serve una testa da dare". Ancor più duro il forzista Orsini, già ghost writer del Cav. "È insostenibile - rincarava - lo dico da garantista. È diventato il simbolo di una classe dirigente impresentabile". Una reazione rabbiosa quella della Premier di fronte alla delusione per una sconfitta che non si aspettava di quelle proporzioni. "Sono stanca e scoraggiata - è stato uno dei suoi sfoghi di ieri - di avere a che fare con gli incapaci". Uno sfogo dietro cui si nascondono tanti problemi: parliamo di uomini, ma anche di un profilo del governo messo alla prova da un contesto diverso, dal rapporto con Trump che da risorsa si è trasformato in handicap, da una guerra che espone il paese ad una crisi energetica fino a ieri imprevedibile. Così alla fine invece di saltare una testa ne sono saltate due (Delmastro, Bartolozzi e quella della Santanchè di fatto è già sul patibolo).
Tre casi diventati, loro malgrado, emblemi di uno dei limiti che hanno determinato la sconfitta referendaria: l'inadeguatezza della classe dirigente. Per rinsaldare il rapporto con il Paese la Meloni ha deciso di partire da lì. Si sta facendo largo, insomma, la consapevolezza che la coalizione ha problemi di fondo che vanno oltre il referendum. "La verità? È che aver perso in quel modo e con quell'affluenza - è l'analisi senza peli sulla lingua di Gianfranco Rotondi - equivale ad una sconfitta alle politiche. È dura ma bisogna reagire. Io andrei avanti con la riforma della legge elettorale e punterei pure sulle elezioni a giugno se fosse possibile. Il logoramento è dietro l'angolo". Solo che il "day after" dentro la coalizione è caratterizzato dalla confusione, dalla complessità di leggere il momento e di immaginare una via d'uscita. In più, dato non trascurabile, la Meloni è la prima volta che perde: in passato magari i risultati elettorali del suo partito non sono stati travolgenti, ma non ha mai sperimentato una sconfitta che la tirasse in ballo in prima persona. È una dimensione che cambia chiunque e carica di responsabilità impreviste e di scelte difficili. Una croce. Il primo riflesso è stato quello di cambiare facce ma di tenere il timone a dritta. Senza cambi di rotta. Si spiega così la decisione di andare avanti con la riforma della legge elettorale. "La incardineremo martedì" ha annunciato ieri il presidente della Commissione, Pagano. Questo è lo schema di scuola che deve scontare, però, i dubbi degli alleati e la scelta dell'opposizione di non stare al gioco: il rischio è quello di approvare da soli una legge elettorale che potrebbe determinare la sconfitta della coalizione con gli avversari che alimenteranno la narrazione del governo "autoritario". "Ci penserei due volte - confida il forzista Alessandro Cattaneo - a fare la legge elettorale da soli". Sono segnali di un disorientamento complessivo. C'è chi punta a tirare a campare esorcizzando i problemi. "Se si fosse votato il primo marzo - sospira il capogruppo azzurro Barelli - senza guerra, le menate di Trump e l'aumento della benzina avremmo vinto di dieci punti". Solo che in politica i "se" valgono poco.
Restano invece le spine. Molte. "Nella sconfitta - ammette il vice ministro degli Esteri - c'è dentro Trump, la guerra ma il vero errore è stato di comunicazione". Altro capitolo di non poco conto. Manlio Messina uscito dal partito ma rimasto in contatto con la Meloni, racconta: "Qualche giorno fa ho scritto a Giorgia: Se non eviti di mandare in Tv cinque imbecilli a collezionare gaffe perdiamo pure il referendum". Già, la lista dei problemi è lunga. E probabilmente i piani vanno cambiati.
Prima del referendum tutti davano per scontate le elezioni nella primavera del 2027. Ora i calcoli vanno rifatti. "O votiamo subito a giugno - ipotizza il leghista Paolo Boffa - oppure nell'ultimo giorno della legislatura. Magari le cose cambiano...".