La figura di Donald Trump è oramai una specie di prova del 9 vivente che smaschera coloro i quali, sotto sotto (ma nemmeno troppo sotto), hanno sempre la tentazione di stare dalla parte sbagliata. L'ultima occasione è stato lo storico viaggio di Trump in Cina. Dunque, possiamo discutere a lungo dell'accoglienza ricevuta, della scelta della delegazione e persino delle portate del menù; discuteremo sicuramente e giustamente a lungo dei risultati ottenuti da questa missione e cercheremo di capire chi sia il vincitore e chi lo sconfitto. Ma c'è una questione sulla quale è necessario mettere un punto. Per evitare di precipitare nel ridicolo. Ci spieghiamo meglio: ora che il presunto dittatore ha incontrato il vero dittatore, chi grida alla dittatura americana dovrebbe prendersi, quanto meno, qualche giorno di cogitabonda pausa. E, invece, gli opinionisti progressisti continuano a discettare della pagliuzza nell'occhio, anche adesso che sono di fronte alla trave. Perché è troppo forte il desiderio di criticare il Tycoon, anche a costo di eccedere in bonomia nei confronti di Xi Jinping. La democrazia, le libertà personali e civili, lo sfruttamento dei lavoratori, la persecuzione dei dissidenti, le minoranze religiose e sessuali all'angolo e la censura passano immediatamente in secondo piano. Certo, lo capiamo bene: è molto più facile criticare in Occidente Donald Trump che prendere per i fondelli in Cina Xi Jinping, non foss'altro per il timore di finire in un campo di rieducazione. Ma l'atteggiamento è sempre lo stesso. Se il presidente degli Stati Uniti depone un sanguinario dittatore venezuelano, il problema è Washington e non Caracas. Se attacca l'Iran e tenta di decapitare una teocrazia illiberale, la sinistra si mette subito dalla parte degli ayatollah.
Un riflesso condizionato che, a onor del vero, la galassia progressista ha sempre avuto verso gli Usa, ma che con l'attuale presidente ha raggiunto il suo acme. E adesso tifano Pechino. Ma, in fondo, è solo un ritorno a casa, per loro la Cina è sempre stata vicina.