Il cinismo sanguinario del dittatore

Un capolavoro di cinismo, più che di strategia. La distruzione della grande diga di Nova Khakovka, con la conseguente devastazione di un vasto territorio lungo il fiume Dnipro è l'ennesimo crimine di guerra

Il cinismo sanguinario del dittatore
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Un capolavoro di cinismo, più che di strategia. La distruzione della grande diga di Nova Khakovka, con la conseguente devastazione di un vasto territorio lungo il fiume Dnipro (o Dniepr, come lo chiamano i russi) è l'ennesimo crimine di guerra commesso su ordine di un leader, Vladimir Putin, che segue una logica molto diversa dalla nostra. Troppi se lo dimenticano, ma al presidente diventato dittatore, delle conseguenze sui civili delle sue scelte non importa nulla, neanche se si tratta di cittadini russi. Uccidere, violentare, sequestrare e deportare bambini, distruggere città e obliterare una cultura sgradita, gelare, affamare e assetare: tutto va bene, tutto fa il suo gioco di Gewaltmensch, di uomo della violenza come valore. Putin vuole passare alla storia come il condottiero della riconquista dell'impero russo, non importa quanto immaginario. Va dunque benissimo, ai suoi occhi, anche allagare e devastare con acqua inquinata da centinaia di tonnellate di olio minerale quello che faceva funzionare i motori della diga un territorio abitato da decine di migliaia di persone, purché la temuta controffensiva nemica sia ostacolata. E meglio ancora raccontare la bugia che siano stati gli ucraini a sabotare Nova Khakovka, contro ogni logica, adducendo il pretesto che il disastro ridurrà alla sete la Crimea occupata dai russi. In realtà, a Mosca sembrano aver scelto il male minore: un danno concreto in cambio dell'acquisizione di un indubbio vantaggio militare. Una mossa cinica che segna da parte russa la discesa di un altro tragico gradino verso una guerra totale. La logica, però, non è diversa da quella che al Cremlino hanno seguito fin da quando l'obiettivo di una vittoria fulminea sull'Ucraina (ricordate lo slogan menzognero? «Demilitarizzazione e denazificazione») era sfumato: indietro non si torna, vittoria a qualsiasi prezzo. Anche oggi, il pensiero corre a ciò che Putin potrà arrivare a fare pur di non darsi per vinto.

La risposta più realistica è: lottare senza risparmio di sangue (ucraino o russo che sia) in attesa di una svolta favorevole, come fanno sempre i dittatori in difficoltà. Putin spera che ci stanchiamo prima noi, e poi magari arriva un Trump a cavargli le castagne dal fuoco.

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