La clava del procuratore sul consigliere suicida: "La legge va accettata"

Il Pg di Torino interviene in difesa dei suoi colleghi: "I pm non hanno amici o nemici"

La clava del procuratore sul consigliere suicida: "La legge va accettata"

Che volete farci? «È la mano pesante della legge». Dice proprio così il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, per spiegare che se la notte di Natale un uomo si è tirato un colpo di pistola in testa è solo perché la giustizia ha fatto il suo dovere. Quell'uomo, l'ex consigliere regionale di Forza Italia Angelo Burzi, per Saluzzo era colpevole. Ma neanche in una riga del suo lungo comunicato di ieri Saluzzo ricorda che per il tribunale di Torino, che lo aveva processato per la Rimborsopoli piemontese, Burzi era innocente, «assolto perché il fatto non sussiste». E che la condanna che gli rifilava tre anni di carcere è ancora in attesa delle motivazioni e poi della Cassazione. Ma per l'ex consigliere la Cassazione non arriverà mai più.

Sul clima che ha portato un uomo coriaceo come Burzi ad ammazzarsi, da quarantott'ore fioccano le polemiche. Che ieri culminano nella richiesta di una commissione parlamentare di inchiesta sulla gestione da parte della Procura torinese del filone locale sullo scandalo dei rimborsi ai consiglieri regionali: un filone passato per l'assoluzione quasi in blocco degli esponenti di centrosinistra, e con la Procura decisa invece a incassare la condanna del fronte moderato.

Di fronte alle polemiche, il procuratore generale Saluzzo sceglie di passare al contrattacco con una lettera aperta. Uno scritto che si apre con una dichiarazione formale di cordoglio per il gesto di Burzi, «ho letto la tristissima notizia», «esprimo tristezza», eccetera: ma poi usa la clava sul morto e sui suoi coimputati, e difende a spada tratta l'operato della sua Procura generale, dove il grande accusatore del centrodestra piemontese, il pm Giancarlo Avenati Bassi, ottenne la promozione dalla procura della Repubblica giusto in tempo per poter continuare la sua battaglia anche in appello. Ma chi oggi osa ricordare i passaggi oscuri di quella vicenda processuale secondo Saluzzo potrebbe finire a sua volta sotto processo: «Userei maggiore prudenza nel fare e veicolare affermazioni che gettano discredito e potrebbero costituire anche vilipendio dell'ordine giudiziario».

Nell'inchiesta sulla Rimborsopoli piemontese, assicura Saluzzo, non ci furono trattamenti di favore o di sfavore, perché «i magistrati non hanno amici o nemici» e «l'azione di questi uffici è improntata all'imparzialità e all'indipendenza». Se alcuni consiglieri sono stati assolti e altri condannati, spiega Saluzzo, è perché in alcuni casi «è stato individuato un legame con una attività politica», e allora è stata chiesta l'archiviazione. Per tutti gli altri, Burzi compreso, è stata chiesto il processo: «E, nella più parte dei casi, c'è stata la condanna».

Saluzzo ricorda che Burzi aveva continuato a rivendicare la «correttezza complessiva» del suo operato, e che le spese per cui era stato condannato erano in buona parte soldi che non aveva mai chiesto né ottenuto, semplici firme di visto sui rimborsi per altri consiglieri. Ma questo sembra non contare, come non sembrano contare la sentenza di assoluzione in primo grado, o l'annullamento delle prime condanne di appello dalla Cassazione. Il morto, nel procuratore, finisce nel calderone dei disinvolti, dei furbetti, degli spreconi che spendevano i soldi pubblici «talvolta con modalità macchiettistiche». E alla fine «deve anche essere accettata la voce e la mano pesante della legge quando le leggi vengono violate». Dice proprio così, e sembra il titolo di un poliziesco degli anni Settanta.

Commenti