La condanna degli (ex) amici. Esultano Cina, Russia e Iran

Francia, Germania e Ue: "Dissacrata la democrazia". Duro attacco di Johnson: "Ha incoraggiato la rivolta"

La pax diplomatica è finita. Donald Trump, nonostante i suoi contorcimenti per sfuggire al destino dello sconfitto, è agli sgoccioli del suo mandato presidenziale e poi stavolta l'ha fatta troppo grossa. Non c'è più ragione di tacere. Così, di fronte alle immagini sconvolgenti dell'assalto dei suoi forsennati seguaci a Capitol Hill, i leader dei principali Paesi alleati degli Stati Uniti prendono le distanze dal loro collega della Casa Bianca come mai avevano fatto prima. E certamente fa impressione che i toni presidenziali di condanna che avrebbe dovuto usare Trump siano stati usati dai colleghi di Parigi, Londra e Berlino. Ma tant'è, questo passa il convento del fine impero del tycoon che volle farsi leader della prima potenza mondiale e sta invece riuscendo a trascinare nel fango le sue riverite istituzioni. Riverite, sarà meglio precisare, da parte di chi gli Stati Uniti li apprezza e ne cerca l'amicizia: perché di tutt'altro tenore sono le reazioni che arrivano da quei Paesi che l'America la considerano un avversario o, peggio, un nemico.

Ma cominciamo dagli amici. Il più esplicito e accorato di loro è stato Emmanuel Macron. Il presidente francese si è presentato davanti alle telecamere sullo sfondo delle tre bandiere francese, europea e statunitense. Ha preso la parola dapprima in francese, poi in lingua inglese, in tono grave. Le scene indegne che sono state viste a Washington, ha detto, «non rappresentano assolutamente l'America. Noi crediamo nella forza della democrazia americana, e troviamo inaccettabile che i partigiani del presidente uscente abbiano messo in discussione con la violenza i risultati legittimi delle elezioni, dissacrando il tempio della democrazia più vecchia del mondo». Macron ha ricordato il patto di libertà e di democrazia che dal diciottesimo secolo lega il suo Paese agli Stati Uniti, l'aiuto militare americano che in due guerre mondiali ha salvato la Francia dall'occupazione straniera e dalla dittatura. E ha scandito che «oggi la Francia è al fianco del popolo americano nella difesa del suo diritto di scegliere liberamente i propri dirigenti». E questo contro «chiunque cerchi di conculcare questo diritto»: più chiaro di così...

Parole nette anche da Berlino. Ad Angela Merkel le immagini giunte da Washington «hanno riempito di rabbia e di tristezza. Deploro che da novembre il presidente non abbia riconosciuto la sua sconfitta alle elezioni e non lo abbia fatto neppure ieri. Sollevando dubbi sull'esito di quel voto si sono poste le condizioni per i fatti di ieri». Ancor più esplicito il ministro degli Esteri Heiko Maas: Trump «smetta di calpestare la democrazia, le parole che infiammano si trasformano in fatti». Per il premier britannico Boris Johnson, le scene viste a Capitol Hill sono «vergognose» ed è indispensabile che nel Paese leader del campo democratico mondiale la transizione dei poteri si svolga ordinatamente. Anche il confinante Canada ha espresso, per bocca del premier Justin Trudeau, il suo «profondo disagio». Parole di chiara condanna e preoccupazione sono arrivate anche da Ursula von der Leyen a nome dell'Unione europea e dal segretario generale della Nato.

Nel campo ostile agli Usa, invece, si fa festa. Basta guardare per cinque minuti le tv di Stato cinese o russa, dove si ironizza sulla capacità di tenuta dei sistemi democratici come quello americano. O ascoltare le parole del presidente iraniano Hassan Rouhani: «La democrazia americana è debole e fragile». Trump non poteva fare un favore migliore a questo autocrate abituato a far sparare per strada ai suoi oppositori.

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