È il 2002 quando il percorso di Matteo Marzotto incrocia quello di Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti non più nei salotti dell'alta società, bensì nel cuore operativo di una maison leggendaria alle prese con una crisi profonda. Il marchio, dopo la vendita nel 1998 alla Hdp Holding di Maurizio Romiti, approda al gruppo Marzotto. Michele Norsa è amministratore delegato, Marzotto direttore generale. Poi, con l'aumentare delle responsabilità, diventa presidente esecutivo. Sono anni intensi, segnati da decisioni, confronti accesi e visioni da tenere insieme. Il rigore manageriale deve convivere con il genio creativo di uno degli ultimi imperatori della moda. Un equilibrio fragile ma necessario, che consente alla maison di uscire dalla crisi e ritrovare solidità, fino al successivo passaggio alla finanziaria Mayhoola for Investments della Sheika Mozah, moglie dell'emiro del Qatar. Oggi, da imprenditore e presidente di Gruppo MinervaHub, Marzotto guarda il sistema moda dal suo cuore manifatturiero, dove la creatività diventa prodotto grazie al lavoro di migliaia di persone. Lo fa con lo sguardo di chi ha vissuto dall'interno un'epoca irripetibile, accanto a Valentino e a Giancarlo Giammetti, custodi di una lezione che va oltre la moda: coerenza, talento, fedeltà a se stessi.
Valentino Garavani ci ha lasciato lunedì, un giorno prima dell'inaugurazione di Milano Unica, dove Gruppo MinervaHub è protagonista. Che clima si respira?
"Milano Unica è la fiera di sistema più importante al mondo, insieme a Lineapelle. Qui si vede la struttura portante della moda: abbigliamento, accessori, competenze. Numeri straordinari e pubblico internazionale. La moda nasce da un'idea, ma prende forma grazie a migliaia di mani. È questo ecosistema che permette ai grandi creatori di esistere. Creatori come Valentino".
Ricorda il primo incontro con Valentino?
"Avevo meno di cinque anni, c'è una foto che lo testimonia. Ci siamo rincontrati trentatré anni dopo, nello stesso studio: portai con me quella fotografia, scattata con mia madre (Marta Marzotto, ndr). Ritrovarsi a lavorare insieme è stata un'avventura affascinante, ma complessa".
Che azienda ha trovato arrivando in Valentino?
"Una situazione molto difficile, per alcuni senza via d'uscita. Con umiltà e fermezza abbiamo introdotto rigore e regole essenziali. Abbiamo creduto nel potenziale del marchio. Al centro c'erano Valentino e Giancarlo".
È vero che ha imparato ad amare il rosso grazie a lui?
(Ride, ndr) "Il rosso mi appartiene da sempre. Ho scelto biciclette, automobili, persino un elicottero in varie sfumature di rosso. Poi è arrivato Valentino, con la sua ricetta inconfondibile. E oggi anche i miei uffici, in tutti i progetti, finiscono immancabilmente per vestirsi di rosso".
Com'è stato lavorare con Valentino?
"Bellissimo, ma non facile. Il Valentino che conosciamo non esiste senza Giancarlo. Valentino aveva libertà assoluta, noi trasformavamo i look in collezioni. La sua forza era la coerenza. Le sfilate erano una certezza. Giancarlo faceva da mediatore tra creatività e business".
In un'intervista per il documentario Valentino: The Last Emperor parla di bloody fights con Giammetti
"Verissimo. Ma alla fine si trovava sempre una soluzione. Giancarlo ha sempre protetto Valentino. Si arrivava a un centimetro dalla rottura, ma si ricomponeva tutto".
Il ricordo più forte?
"Sette anni durissimi: siamo passati da un profondo rosso a un utile operativo in un anno e mezzo. Poi la crescita. Una sfida vinta".
Cosa lascia Valentino ai giovani creativi?
"Coerenza. Non ha mai inseguito le tendenze del momento né piegato il suo stile al mercato. Era un artista totale, soprattutto nel disegno. Quando abbiamo riorganizzato l'archivio, ho visto migliaia di schizzi fatti di suo pugno. Tutto nasceva da lì: un foglietto di carta, un'idea disegnata a mano che poi prendeva forma".
Cosa direbbe
della moda di oggi?"Aveva rispetto per tutti, ma idee chiarissime. Niente stranezze gratuite. Riconosceva il talento vero: lo ha fatto con i designer Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri, che lavoravano con lui".