"Questo governo è nato così". La verità sul patto "scellerato"

Un anno fa nasceva il governo giallorosso. Il premier Giuseppe Conte, dopo la rottura di Salvini, ritornava a Palazzo Chigi con una maggioranza Pd-M5S

"Questo governo è nato così". La verità sul patto "scellerato"

Oggi i giallorossi raggiungono il traguardo dei 365 giorni di governo. Esattamente un anno fa il premier Giuseppe Conte tornava a Palazzo Chigi, ma con una nuova maggioranza.

Da quell’estate tormentata che ha visto Matteo Salvini passare all’opposizione e il M5S diventare una forza europeista c’è stata di mezzo una pandemia che ha ‘salvato’ la poltrona di Conte. O meglio, ha rimandato nel tempo la discussione su tanti nodi irrisolti. Nodi che, probabilmente, torneranno a galla dopo le Regionali del 20-21 settembre. Questo governo, che nacque in funzione anti-Salvini, infatti, sembra aver esaurito la sua ragion d’essere. “Oggi, a ridosso delle Regionali e con la previsione che il centrodestra possa vincere quasi ovunque, l’idea anti-destra professata da Fico a Conte viene a mancare”, spiega un’autorevole fonte de ilGiornale.it che nota come anche il linguaggio del segretario del Pd sia notevolmente cambiato negli ultimi tempi. “ Nicola Zingaretti non dice più: ‘Questo governo è un’alternativa alla destra’, ma ‘Il Pd è l’alternativa alla destra’”. Ora “Siamo in una fase di confusione che è speculare a quella tra la caduta del governo con la Lega e la fase di negoziazione col Pd”, aggiunge la nostra ‘gola profonda’.

Non è un mistero che, la scorsa estate, Zingaretti, almeno nella fase iniziale della crisi, fosse contrario a far nascere un governo col M5S. “Mi sono stancato di dire che non intendo favorire nessuna alleanza con i Cinquestelle, li ho sconfitti due volte e non governo con loro”, disse in maniera alquanto accalorata nel corso della convenzione nazionale del partito, salvo poi essere costretto dai suoi parlamentari piddini a rimangiarsi la parola.

Nessun parlamentare, in quella fase, voleva far interrompere la legislatura ad appena un anno dalle Politiche del 2018. Il preambolo alle trattative che portarono alla nascita del Conte-bis fu, senza dubbio, il voto dei Cinquestelle per Ursula von Der Leyen con il quale i grillini vollero dare stabilità all’Ue. “Se la Lega avesse votato Ursula avrebbe potuto consolidare l’asse col M5S, ma era troppo presa dalla mediaticità dell’evento e voleva capitalizzare subito il consenso”, ci spiegano. Salvini voleva tornare alle urne ed era convinto che Zingaretti desiderasse altrettanto “ma non aveva considerato che dentro il M5S “c’è un’ala di sinistra, minoritaria ma molto rumorosa, che non perse l’occasione di far leva sulla paura dei parlamentari di perdere la poltrona”.

Iniziano così le trattative e “il Pd, per una questione di opportunità strategica, cerca di fare sponda con Conte per delegittimare chi era scettico sulla nascita di un governo giallorosso”. Luigi Di Maio, che un anno prima sottoscrisse il di governo con la Lega, proprio in quei giorni fu protagonista di due discorsi. “Qualcuno nella storia ha detto che in politica ci sono sempre due categorie di persone, quelli che la fanno e quelli che ne approfittano” dice, citando Pietro Nenni, l’allora capo politico del M5s al termine del giro di consultazioni al Quirinale, lasciando intendere che non aveva alcuna intenzione di andare a elezioni anticipate. Due giorni dopo, però, minaccia: “Il Pd dica sì ai nostri punti programmatici o voto". La risposta di Zingaretti non si fa attendere: “Patti chiari, amicizia lunga. Stiamo lavorando con serietà per dare un nuovo Governo all’Italia, per una svolta europeista, sociale e verde”, scrive su Twitter. Il resto è storia. Alla fine, i due leader abbassano i toni e iniziano le trattative vere e proprie, anche se “il Pd continua a giocare di sponda con il terzo attore in campo, Conte”. Zingaretti chiede e ottiene un incontro privato col premier “e in quell’occasione si decide di spacchettare il MIUR e di dare la Sanità a LeU”. Il M5S riesce a tenere il dicastero della Giustizia e ottiene la Farnesina, ma nel complesso esce dalle trattative ridimensionato. A differenza del governo gialloverde, stavolta i partiti della maggioranza passano da 2 a 4 “perché Renzi, anche se all’epoca era ancora dentro il Pd, fa valere la sua posizione all’interno del partito. L’ex premier, infatti, al Senato guida una pattuglia non indifferente che tutt’ora è determinante”.

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