Politica estera

Corano, l'ira di Erdogan. E in Irak scatta l'assalto all'ambasciata svedese

Ankara sull'ingresso di Stoccolma nella Nato. "No ai monumenti occidentali di arroganza"

Corano, l'ira di Erdogan. E in Irak scatta l'assalto all'ambasciata svedese

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Corano, l'ira di Erdogan. E in Irak scatta l'assalto all'ambasciata svedese

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Bandiere arcobaleno, simbolo della comunità Lgbt, bruciate a Baghdad, dove qualche centinaio di iracheni infuriati ha fatto irruzione nell'ambasciata svedese per la «manifestazione della collera» contro il rogo del Corano. Il leader sciita iracheno Al-Sadr, promotore della rivolta, lo ha definito «il modo migliore per provocare» chi sostiene l'offesa all'islam. «La nostra Costituzione è il Corano», gridavano gli assalitori, che hanno imbrattato il cancello dell'ambasciata svedese con un «Sì, sì Corano», per poi uscire all'arrivo della polizia.

Dopo la Turchia, tutto il mondo islamico si risveglia, all'unisono, scatenato contro il gesto di protesta avvenuto mercoledì a Stoccolma, per mano di un cittadino di origini irachene che vorrebbe la messa al bando del Libro sacro dell'islam. Dai talebani, all'Arabia saudita, dall'Iran alla Lega Araba. Fino a Egitto, Kuwait, Siria, Libano, Emirati Uniti e Palestina. Tutti indignati per il Corano dato alle fiamme davanti alla grande moschea di Stoccolma da Salwan Momika, iracheno in Svezia da 5 anni, protagonista di un atto che i Paesi a maggioranza musulmana considerano «vilipendio» al loro testo sacro e alla loro fede, ma che anche gli Stati Uniti hanno definito «legale ma inappropriato». Marocco e Giordania hanno ritirato il proprio ambasciatore in Svezia e Rabat ha anche convocato l'incaricato d'affari svedese nella capitale marocchina.

Si sentono toccati nel vivo anche i talebani e l'Arabia saudita, non proprio campioni di libertà religiosa, che condannano «nei termini più forti» il rogo e il «totale disprezzo delle autorità svedesi per questa nobile religione». Per Riad il rogo «fomenta l'odio». Alza la voce la Lega Araba: l'episodio è «un'aggressione al cuore della nostra fede musulmana». E la Libia, tramite il presidente dell'Alto Consiglio di Stato: «La Svezia ci provoca». Al-Azhar, il più influente centro teologico dell'islam sunnita, «rinnova l'appello al boicottaggio dei prodotti svedesi e l'invito ai governi islamici a prendere posizioni serie e unitarie contro le violazioni» durante l'Eid al-Adha, una delle celebrazioni più importanti per i musulmani.

La voce più influente a farsi megafono dello sconcerto del mondo islamico, anche in questo secondo giorno di protesta è quella del presidente turco Recep Tayyp Erdogan, leader cruciale per la Nato, di cui la Turchia è membro, e leader fondamentale in questo momento per la Svezia, che attende il suo via libera per aderire all'Alleanza e finire sotto l'ombrello di protezione militare occidentale. Erdogan torna a farne una questione di blocchi. Parla di «monumenti occidentali di arroganza». E tuona: «Insegneremo a quei monumenti che insultare i musulmani non è libertà di pensiero». Poi la promessa diretta a Stoccolma: la Turchia reagirà «nel modo più forte fino a quando non verrà condotta una lotta decisa contro le organizzazioni terroristiche e i nemici dell'islam».

La vendetta è un piatto che può essere servito anche caldo. I vertici diplomatici dei due Paesi si incontreranno al quartier generale della Nato giovedì prossimo, per i colloqui sull'adesione in vista del vertice dell'11 e 12 luglio. Ma le prospettive si sono fatte più fosche per Stoccolma, con cui Erdogan si è già messo di traverso perché ha dato rifugio ai curdi del Pkk. «Coloro che commettono questo crimine e coloro che lo permettono con la scusa della libertà di opinione, coloro che tollerano questo atto spregevole, non potranno realizzare le loro ambizioni», ha minacciato Erdogan, che considera Stoccolma responsabile dell'incidente, per averlo autorizzato.

Il rogo del Corano ha risvegliato nel «Sultano» l'orgoglio di essere il leader che meglio può parlare chiaro dell'islam all'Occidente, ma soprattutto che può fare pressione diplomatica in questo momento delicatissimo per gli equilibri internazionali. Regista dell'islamizzazione della Turchia, Erdogan usa l'episodio furbescamente. Il suo voto alla Nato è fondamentale. E ieri ad aiutarlo sarebbe arrivata l'Ungheria, il Paese europeo più vicino a Putin, che ieri ha sottolineato come il rogo sia «un crimine in Russia, a differenza di altri Paesi». Budapest, secondo i media locali, avrebbe posticipato il voto sulla ratifica dell'adesione della Svezia alla sessione d'autunno. I tempi si allungano. E la nuova crisi fra Occidente e mondo islamico mette nelle mani di Erdogan e dei leader vicini a Mosca nuove carte.

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