Così l'America ha sbiancato Obama

È prigioniero in una Casa Bianca da cui non può governare: dovrà sempre negoziare. Il Paese ha bocciato il suo tentativo di "europeizzazione"

I repubblicani dilagano come se l'America avesse dato sfogo a una crisi allergica nei confronti di Barack Obama il quale è ormai prigioniero nel castello di Pennsylvania Avenue, nella Casa Bianca da cui non può più governare. Qualsiasi cosa voglia fare in politica interna o estera d'ora in poi, la dovrà negoziare con i repubblicani e i repubblicani pretendono di avere la voce in capitolo su tutto, all'interno e all'estero, compresi i dossier iraniano e mediorientale. Del resto la sua sconfitta ha deliziato sia Vladimir Putin che vede in lui il promotore delle sanzioni contro la Russia, che il capo del governo israeliano «Bibi» Netanyahu che considera Obama poco meno che un nemico. Il Parlamento americano - Camera e Congresso - ha gli strumenti per strappare il potere al re democratico (ma sempre re) che è il presidente degli Stati Uniti e governare. Ma gli Stati Uniti non sono una democrazia parlamentare e la Costituzione non lo rende possibile. E allora? Che fare?

È un rebus da risolvere alla svelta per arrivare al 2016 senza gravi danni collaterali, quando si eleggerà il successore di Obama. Che i repubblicani contassero su una vittoria era noto, ma nessuno immaginava che dalle urne uscisse una valanga di schede repubblicane come quella che ha seppellito i democratici. Una valanga che ha alle sue origini questioni più ideali che di pura convenienza: sia pur traballando l'economia infatti tira con un promettente tre e mezzo per cento, pompato dalla Fed che stampa denaro come Draghi non potrebbe mai sognarsi di fare. E poi il sistema sanitario che comincia a funzionare. Dunque il presidente è stato castigato per altre ragioni. Quali? Per quel che ho potuto capire si tratta dell'identità americana: quella cosa che chi non ha visto bene l'America difficilmente potrà capire. Ne ho parlato a lungo in questi giorni più che con gli americani, con molti italiani che sono venuti a vivere qui da vent'anni a questa parte. Sono venuti a vivere qui perché hanno dei talenti quasi tutti ricercatori, medici, chirurghi, fisici che non solo in Italia, ma neanche in Europa riuscirebbero a vedere premiati, salvo forse in Inghilterra che grossolanamente potremmo considerare un frammento degli Stati Uniti in Europa.

Obama ha cercato di metter mano all'identità. Ha cercato di europeizzarla e questo ha generato una crisi di rigetto. E fra questi fallimenti che hanno irritato l'elettore c'è la guerra all'islam che si considera in guerra con gli Stati Uniti e il mondo occidentale. Le ultime insopportabili barbarie perpetrate dall'Isis, ma anche dagli insorgenti libici, la questione iraniana sempre latente anche quando sembra avviata a soluzione, l'atteggiamento incerto nei confronti di Israele e non concludente di fronte alla crisi ucraina, sono tutti elementi che hanno lasciato perplesso l'elettore e non per motivi filosofici: gli americani non si sentono safe and secure , sani e salvi, protetti dal loro costosissimo sistema di sicurezza con cui per un secolo hanno condotto la politica estera. Mi ha detto un veterano della guerra in Afghanistan: «Noi americani abbiamo storicamente deciso di spendere i soldi che gli Stati europei spendono per la sanità pubblica, nella forza militare. È la forza militare che determina il ruolo del nostro Paese nel mondo. Se facciamo la sanità pubblica, non ci possiamo permettere la forza militare e dunque non possiamo permetterci di tutelare la sicurezza del nostro popolo se abbassiamo la guardia e se all'estero ci dimostriamo tentennanti e ondivaghi».

I repubblicani hanno anche loro gravi problemi da risolvere. Per ora sono in festa, ma tutti sanno che non si può essere allo stesso tempo nei Tea Party e svolgere il ruolo di un pacifico anche se intransigente partito conservatore. La corrente del Tea Party, oggi in fase calante, è radicale, isolazionista, concentratissima sulle virtù più o meno divine dell' homo americanus , diverso da tutti gli altri perché ha conquistato una terra promessa e l'ha difesa dai colonialisti, dai nazisti e dai comunisti. I conservatori invece mediano e praticano la politica politicante. Il Gop, come viene chiamato il partito repubblicano (Grand Old Party) dovrà scegliere il candidato per la corsa alla Casa Bianca del 2016 e la scelta potrebbe portare a una scissione. Intanto in casa democratica tutti i topi fuggono dalla nave e lasciano che il comandante affondi da solo. Hillary Clinton cerca di non farsi coinvolgere dal naufragio e ribadisce continuamente e senza pietà tutto ciò che da sempre la divide da Obama benché suo marito Bill, oratore formidabile, si sia speso senza risparmio nel momento della temuta sconfitta che poi si è trasformata in una catastrofe. Se guardiamo quanto è accaduto avendo presente la storia di questo Paese che è anche un altro pianeta, cogliamo i segni di una trasformazione in corso del suo Dna permanente che era rimasto intatto sia sotto i grandi presidenti democratici come John Fitzgerald Kennedy, sia con i grandi presidenti repubblicani come Ronald Reagan. E viene voglia di aggiungere anche il deprecato e vituperato Richard «Tricky» Nixon costretto alle dimissioni per l'affare Watergate, il quale comunque chiuse la guerra del Vietnam e aprì alla Cina, fino a dare lezioni private a domicilio del giovane Bill Clinton. Bill Clinton stesso, figlio di una famiglia povera e sgangherata dell'Arkansas volle essere un presidente muscolare e imperiale con il suo intervento missilistico su Belgrado.

I presidenti americani, come i Cesari, legano la loro immagine alle guerre che hanno combattuto. E gli elettori americani sono in gran parte veterani di qualche guerra, comprese molte donne. I curriculum dei candidati alle elezioni indicano sempre le onorificenze militari. I monumenti alla memoria, come quello della guerra del Vietnam a Washington con centinaia di nomi italiani fra i caduti, sono rispettati da tutti e l'America è abituata a riconoscersi nel suo passato e nei suoi eroi. Con Obama è avvenuta una frattura psicologica: il suo patriottismo è messo in discussione come è in discussione la sua attitudine ad alimentare il sistema dei carrozzoni burocratici, il famigerato red tape , dando paradossalmente di sé un'immagine «antiamericana» che per alcuni anni è stata neutralizzata dal valore politico, e rivoluzionario, del colore della sua pelle. Ma anche la luna di miele con l'America antirazzista è finita e di lui resta un'immagine del tutto ingiusta: quella del loser , il perdente: lo sfigato, come diremmo noi. E all'americano medio gli sfigati non piacciono.