Ma così l'Italia adesso rischia la dipendenza da nichel e litio

I risvolti dello stop ai motori a combustione. La via d’uscita: raffinazione e sviluppo di nuove tecniche

Ma così l'Italia adesso rischia la dipendenza da nichel e litio

L'ingegno italiano potrebbe dare un futuro (nuovo) all'industria italiana dell'auto. Sulla carta, infatti, l'accelerazione verso l'auto elettrica e le recenti decisioni europee che mettono al bando diesel e benzina, tagliano fuori le aziende italiane ed europee schiacciate dalla predominanza cinese.

Il Dragone ha il primato sulle materie prime che servono a produrre le batterie elettriche e controlla anche l'85% del processo di raffinazione, una fase essenziale di lavorazione dei materiali per dare vita alla batteria finita.

Pechino ha nelle sue mani la produzione e la raffinazione di litio, nichel e cobalto. Inoltre, quasi il 50% delle fonti mondiali di cobalto, ad esempio, si trova nella Repubblica democratica del Congo, e il 58% del litio impiegato dal mercato mondiale proviene dal Cile.

Insomma, come il gas ci insegna, ci sono le basi per una storia di dipendenza delle fonti pericolosa e anti economica. In tutto questo cosa resta all'Italia e all'Europa? Apparentemente una rincorsa, almeno sul piano della raffinazione, ovvero della lavorazione dei materiali. Ma non è l'unica via.

In Italia si stanno anche studiando alternative importanti per dare vita a una industria delle batterie elettriche del tutto nuova. Come quella che si basa sull'utilizzo di materie prime diverse, reperibili in loco, in Italia e in Europa. «Abbiamo creato un brevetto - spiega al Giornale Fabio Albano, cto di Directa Plus, società italiana leader nella realizzazione di prodotti a base di grafene - per la creazione di batterie elettriche con prodotti diversi come zolfo, litio metallico, grafene e ferro, tutti disponibili in loco e a costi molto più bassi rispetto a cobalto, rame e nichel». Si tratta dunque sempre di batterie agli ioni di litio, ma a cambiare saranno i nano materiali che le compongono.

«Una rivoluzione - aggiunge Giulio Cesareo, ceo di Directa Plus - che stiamo presentando ad alcuni grandi partner italiani del settore e che siamo pronti entro due anni al massimo a proiettare sul mercato su larga scala con contratti di licenza che possano coinvolgere i grandi utilizzatori europei».

Un know how che potrebbe cambiare gli equilibri di questo settore al momento fortemente dipendente da Paesi asiatici e africani (il Congo in primis) con tutto quello che tale dipendenza comporta sia sotto il profilo dei costi, sia etico, sia ambientale. «Questa tecnologia convincerà per i suoi costi ridotti legati alle diverse materie prime, più performanti e pure, e per la sua sicurezza», spiega Albano.

E mentre la «via italiana» prende forma - anche con altri progetti come ad esempio quello della trentina Ges che ha ideato la batteria a idrogeno e ha ricevuto dall'Unione Europea e dal Governo italiano l'accesso a fondi per 53 milioni per il progetto Ipcei Batterie 2, dedicato alla ricerca e sviluppo di soluzioni innovative lungo l'intera value chain delle batterie - l'Ue cerca di recuperare il suo svantaggio con investimenti massicci in tutta Europa nella produzione di batterie: 24 grandi fabbriche di batterie agli ioni di litio dovrebbero cominciare la produzione negli Stati europei in questo decennio, tra cui la gigafactory di Tesla in Germania, operativa da marzo.

D'altra parte il tempo stringe. L'associazione dei produttori europei di batterie per autoveicoli e industriali stima che il valore del mercato delle batterie nell'Ue aumenterà a 35 miliardi di euro nel 2030, dai 15 miliardi di euro del 2019. Quelle agli ioni di litio varranno circa la metà del totale. Una mano arriverà anche dal riciclo che potrà valere in totale il 45-65% della domanda europea di metalli non ferrosi al 2050. Ad esempio, nel 2050 il 77% del litio potrà arrivare dalla filiera del riciclo (oggi pari a zero).

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