Cosa c'è dietro il voto che ha salvato Speranza

Il Senato rigetta la mozione di sfiducia presentata da Fratelli d'Italia: 221 contrari e 29 favorevoli

Cosa c'è dietro il voto che ha salvato Speranza

L’immagine più eloquente è senza dubbio il vuoto formatosi in Senato attorno a Roberto Speranza. C'erano solo “quattro gatti”, per dirla con La Russa, a difenderlo dalle tre mozioni di sfiducia presentate dalle opposizioni. Una fotografia che certo il ministro non attaccherà nell'album dei ricordi della sua carriera parlamentare, e che nasconde un dato politico profondo: il Senato ha sì rigettato la sfiducia (221 contrari e 29 favorevoli) facendolo uscire indenne da questa sfida, ma lo ha reso molto più debole di prima.

La sfida nel centrodestra

In fondo la battaglia di oggi a Palazzo Madama appariva più politica che sostanziale. Cioè più indirizzata a muovere alcune pedine nello scacchiere che a far davvero capitolare il leader di Articolo Uno. In parte hanno pesato ovviamente le sfide interne alla coalizione di centrodestra, o almeno così l'ha vissuta la Lega. Il tasto dolente l’ha toccato, anche visibilmente stizzito, il capogruppo Massimiliano Romeo quando rivolgendosi a Fratelli d’Italia ne ha biasimato la mozione che aveva più lo scopo “di mettere in difficoltà il Carroccio che il ministro Speranza”. Un dato è innegabile: il partito di Giorgia Meloni sta fuori dal governo e fa il suo mestiere di opposizione, con un occhio di riguardo pure alla sfida interna al centrodestra. I due partiti in fondo non sono poi così lontani nei sondaggi. E uno dei desideri di Fdi era quello di “tastare” sin dove si sarebbe spinta la fedeltà di Salvini al governo Draghi. Al cronista che gli fa notare la stranezza del "soccorso leghista" a Speranza, un parlamentare meloniano di esperienza risponde: “Non lo capisco. Va bene sostenere Draghi, ma tra 0 e 100 c’è anche una via di mezzo”.

La commissione d'inchiesta

La via di mezzo sarebbe stata quella di sfiduciare Roberto, cui Salvini peraltro non ha mai lesinato critiche. Ma oggi ha prevalso la ragion di Stato, o meglio di governo. Tagliare politicamente la testa a Speranza avrebbe significato mozzare le gambe all’esecutivo, e rischiare di far rotolare tutto giù. "Deve essere chiaro a tutti che metterlo in discussione in una fase così complessa significa voler scientificamente indebolire l'azione dell’esecutivo”, ha avvertito Simona Malpezzi del Pd nel suo intervento. Il centrodestra di governo ne ha preso atto, ribadendo però la “piena fiducia nel premier”. Il gioco di parole suona così: Draghi è un direttore d’orchestra e per cambiare musica non è per forza necessario sostituire i musicisti (Speranza), basta cambiare spartito. Ecco allora il perché del secco “no” di Lega e Fi alla mozione “improduttiva” di FdI, tirando fuori dal cappello un'alternativa che potrebbe salvare capra e cavoli: la creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione della pandemia da parte del Ministero della Salute.

I rischi per Speranza

Il ddl per istituire la commissione verrà depositato nelle prossime ore ed è possibile che trovi un consenso più ampio di quanto ci si aspetti. Diranno sì la Lega, quasi sicuramente FdI e ovviamente Forza Italia, che pur votando contro la sfiducia ha mandato “un ultimo avviso al navigante” Speranza. Ma tra i favorevoli ci sarà anche Italia Viva di quel Matteo Renzi che non considera “lesa maestà” criticare il ministro e che per bocca di Faraone si è detta pronta ad appoggiare uno strumento teso a “comprendere gli errori commessi per evitare di farli in futuro”. A ben vedere, anche il Movimento Cinque Stelle qualche mugugno l’ha fatto emergere. In aula i grillini si sono stretti attorno al ministro che fu protagonista del Conte Bis, ma un big come Danilo Toninelli ha chiesto chiarezza “sul mancato aggiornamento del piano pandemico”, sul “caos sorto attorno al dossier Oms”, sulla “sciatteria ministeriale” e su alcuni “ingiustificati ritardi”. Insomma: fiducia sì, ma non a scatola chiusa perché d’ora in poi “ci aspettiamo massima trasparenza”. Che poi è un modo educato per dire: fino ad ora non c’è stata.

Di magagne, in fondo, sul tavolo di Speranza ce ne sono a bizzeffe. C’è la questione del piano pandemico non attivato, la gestione disastrosa della prima e della seconda ondata, gli strani contatti tra i suoi uffici e Ranieri Guerra sul report dell’Oms, la segretezza di atti importanti mai resi pubblici (leggi piano segreto e verbali task force) oltre, ovviamente, allo scomodo scivolone di aver scritto, pubblicato e poi ritirato un libro nel bel mezzo della pandemia. Il ministro in aula si è difeso con le unghie e con i denti, ribadendo sui colpi che riteneva parabili e ignorando quelli più scomodi. Ma è apparso solo, appesantito, forse preoccupato. I partiti che gli hanno rinnovato formalmente la fiducia non gli hanno dimostrato pieno appoggio. L’idillio politico sembra lontano. Speranza dunque resta lì, miracolato dalla ragion di Stato. Ma più debole di prima.