Csm, indagini sul corvo: funzionaria nel mirino. Fi: "Cartabia riferisca"

Sotto inchiesta l'ex segretaria di Davigo, oggi nell'ufficio di un membro laico M5s

Csm, indagini sul corvo: funzionaria nel mirino. Fi: "Cartabia riferisca"

Saranno i pm di Roma a indagare sul «corvo» al Csm. Dopo la denuncia in plenum di Nino Di Matteo, sui verbali d'interrogatorio speditigli in modo anonimo, le procure di Milano e Perugia trasmettono gli atti nella capitale, dove si è consumato il reato di «rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio».

Al Csm nei giorni scorsi, riferisce Il Fatto, finanzieri spediti dalla procura capitolina hanno perquisito l'ufficio della funzionaria Marcella Contrafatto, segretaria fino ad ottobre del togato di A&I Piercamillo Davigo e, dopo il suo pensionamento, del laico del M5S Fulvio Gigliotti. Ora sarebbe indagata.

I verbali secretati sul «falso complotto Eni» sono stati pubblicati da alcuni quotidiani e i procuratori Francesco Greco e Raffaele Cantone fanno sapere di aver ricostruito «con sicurezza anche documentale, le modalità con le quali alcuni verbali apocrifi (in formato word), relativi ad attività secretava, sono entrati nella disponibilità di due testate giornalistiche, nell'ottobre 2020 e nel febbraio 2021». Il Domani, due giorni fa, ha pubblicato stralci dell'interrogatorio dell'avvocato Piero Amara che tirano in ballo l'ex premier Giuseppe Conte. È il faccendiere che accusa anche Luca Palamara e questo è l'ultimo atto dello scandalo che ha terremotato la magistratura.

Lo dice anche l'imbarazzo con il quale è stata accolta mercoledì in plenum la denuncia di Di Matteo, con il vicepresidente Ermini che, senza un commento, è passato ad altre pratiche. Ieri Giusy Bartolozzi Armao di Fi è intervenuta alla Camera per sottolineare il «silenzio tombale» del Csm e chiedere che la ministra della Giustizia Marta Cartabia riferisca sulla vicenda in aula.

Nell'interrogatorio ai pm di Milano Amara avrebbe detto che il togato di A&I Sebastiano Ardita sarebbe iscritto alla loggia massonica «Ungheria». Accuse che il consigliere del Csm avrebbe smontato a Perugia.

A Palazzo de' Marescialli da giorni si aspettava che il caso esplodesse: dopo la visita dei finanzieri il comitato di presidenza aveva comunicato che un funzionario era stato sospeso, senza indicare nome e motivo. Le voci sul plico anonimo si rincorrevano nei corridoi, ma nessuno aveva il coraggio di chiedere ufficialmente che succedesse.

Ieri in plenum il togato di MI Antonio D'Amato è stato il solo ad affrontare la questione è, a nome della sua corrente, ha espresso «sconcerto e inquietudine per aver appreso solo dalla stampa la vicenda a cui si riferiva Di Matteo», auspicando che i pm facciano chiarezza. Gli altri tacciono e questo sembra confermare che questo Csm, minato da un «vizio originario» per i troppi consiglieri coinvolti nelle chat di Palamara, non è determinato ad una svolta. Nel plenum si approvano gli ultimi pareri sulla riforma della giustizia e, dopo la levata di scudi dei laici sulla premessa che respingeva paletti di legge sulle nomine, un emendamento Mi-Area ammorbidisce il testo originario ma difende la discrezionalità dell'organo di autogoverno. Le correnti di sinistra fanno passare, poi, con l'opposizione di MI, emendamenti per abolire i semidirettivi, aggiunti in procura e presidenti di sezione in tribunale, lasciando ai capi degli uffici il potere di nominare i loro collaboratori, con un accentramento di potere non controllabile. In alternativa, una rotazione nell'incarico, all'insegna dell'«uno vale uno».

La Cassazione intanto respinge la ricusazione da parte di Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e deputato di Iv, di Loredana Micciché (togata di MI) e Alberto Maria Benedetti (laico 5S), nel processo disciplinare che deve giudicarlo per il caso Palamara. E il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia avverte: «Non è vietando le correnti che si cambia la magistratura».

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