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"Dal Csm metodi mafiosi". Solita bufera su Nordio

Il Guardasigilli: "Lo ha detto anche il pm antimafia Di Matteo". La sinistra insorge: "Parole inaudite, è inadatto a fare il ministro"

"Dal Csm metodi mafiosi". Solita bufera su Nordio
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Non è vero se lo dici tu, è vero se lo dico io. "Il sorteggio rompe il meccanismo para mafioso delle correnti - dice il Guardasigilli Carlo Nordio al Mattino di Padova - questo verminaio correntizio come l'ha definito l'ex procuratore antimafia Franco Roberti (poi eletto con il Pd al Parlamento europeo, ndr), un mercato delle vacche mostrato dallo scandalo dell'ex leader Anm Luca Palamara, con quattro o cinque disgraziati costretti alle dimissioni dal Csm, e poi nulla è cambiato".

È la pura verità: sono anni che dentro le Procure, compresa quella nazionale antimafia, si consumano faide per nomine decise dal Csm. Lo aveva detto testualmente e più volte nel 2019 e nel 2020 il pm Antonino Di Matteo - quello che si è bevuto le panzane del sedicente autore della strage di via d'Amelio costata la vita a Paolo Borsellino, al secolo Vincenzo Scarantino - quando aveva attaccato le correnti travolte dallo Palamara e si era candidato alle suppletive: "Lo dissi, lo ridirei e lo riaffermo - disse il pm - privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato il criterio dell'appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è molto simile all'applicazione del metodo mafioso".

Parole pesanti, le sue e quelle di Nordio, perfettamente aderenti alla realtà disvelata da libri e inchieste giudiziarie come ai dossieraggi che hanno offuscato la reputazione della Dna, la Procura che Giovanni Falcone sognava. Non quella dilaniata da depistaggi e attriti legati a fantasiose piste nere che valgono "zero tagliato" su cui ancora oggi deve indagare la Procura di Caltanissetta.

Oggi che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ribadisce un'ovvietà che i magistrati conoscono bene insorge l'antimafia con la a minuscola e la sinistra giudiziaria che gli ultimi tre procuratori nazionali li ha candidati (Roberti, prima ancora Pietro Grasso sempre col Pd e Federico Cafiero de Raho con M5s), quasi a rivendica il suo granaio elettorale. Da Elly Schlein parte il fuoco di fila dello stato maggiore dem: "Parole inaccettabili", "Nordio inadatto, chieda scusa", "Gravità inaudita", "Delegittima un pilastro della democrazia dello Stato". Persino l'Anm, da cui Di Matteo è andato via sbattendo la porta, piange lacrime di coccodrillo blaterando di un "oltraggio alle vittime di mafia", molte delle quali sono ancora orfane di una verità giudiziaria, ma a chi importa?

A loro e a Giuseppe Conte, secondo cui "Nordio getta fango sulle toghe per portare a casa la riforma" risponde il capogruppo Fdi alla Camera Galeazzo Bignami, ricordando che ha fatto tutto la magistratura, negando il problema sorto con lo scandalo Palamara e perpetrando il sistema delle correnti: "Schlein e Giuseppe Conte rasentano il ridicolo cercando maldestramente di distrarre l'attenzione dalle gravissime dichiarazioni del procuratore Nicola Gratteri ai limiti dell'eversione (copyright Augusto Barbera, ex giudice costituzionale)". ù

Ora che la lotta alla potente criminalità organizzata è finita sui banchetti della peggiore campagna elettorale possibile i boss che secondo Gratteri "voterebbero Sì" se la ridono di gusto, davanti a un pezzo della magistratura che attacca il Parlamento e pretende di farlo a colpi di bugie e colpi bassi, trascinando nel gorgo anche le (poche) vittorie nella lotta alle mafie, sempre più potenti in un Sud semi militarizzato, nonostante leggi speciali e indagini a senso unico con immani e costosi spiegamenti di forze, mentre fascicoli e brogliacci della tanto bistrattata inchiesta mafia-appalti che stuzzicava Falcone e Borsellino per l'intreccio tra mafia, coop rosse e imprese mafiose sono rimasti dimenticati in un cassetto per anni da pm distratti dagli affari con gli stessi imprenditori.

Sono settimane che rimbomba questa stonata equazione, "se vince il Sì vince la mafia", l'ha detto il pm Luca Tescaroli da Prato, ossessionato dall'indimostrato teorema su Silvio Berlusconi mandante delle stragi mentre la mafia cinese spara e ammazza in mezzo alla strada, lo hanno ribadito i suoi colleghi Roberto Rossi da Bari (infiltrata dal clan Parisi persino nella municipalizzata dei trasporti) e l'ex Dda Maurizio Romanelli, oggi a Bergamo ma piazzato in Antimafia dal sistema Palamara e poi cacciato perché senza titoli, financo il Di Matteo dei "metodi mafiosi" si ostina a difendere lo status quo contro chi vuole far credere "che questa riforma della giustizia eviterebbe i casi Tortora o il caso Garlasco", una panzana finita anche su un libro di scuola calabrese.

A questo bel parterre di magistrati con più slogan che sentenze passate in giudicato è arrivato l'aiutino in questa campagna elettorale da Report, Domani, Fatto quotidiano e Roberto Saviano, famosi per aver abbracciato fantasmagoriche suggestioni. Più che la separazione delle carriere, a certi pm e all'antimafia con la a minuscola dispiace la separazione tra le prove e le suggestioni.

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