Esiste, ma non si vede. C'è una parte dell'opinione pubblica restia a considerare un pericolo da allarme rosso l'antagonismo saldato con l'islamismo estremo. Fa comodo a molti circoscrivere il fenomeno alle devastazioni metropolitane dei cortei pro Pal o pro Askatasuna a violenze occasionali legate alla protesta del momento. E da sinistra si affannano a spiegare che è sbagliato guardare al passato e che siamo ben lontani dal ritorno delle Brigate Rosse.
È trascorso oltre mezzo secolo dai primi sintomi degli Anni di Piombo che devastarono l'Italia con una lunga scia di sangue che produsse circa 400 morti. Sarebbe dunque assurdo replicare i meccanismi sociali di ieri con quelli di oggi, limitandosi a una comparazione storica. L'esperienza comune di quei giovani che scelsero la lotta armata passò attraverso fenomeni tangibili: dalla sparizione nella clandestinità alla creazione di covi mascherati da abitazioni private di insospettabili ingegneri o impiegati.
Adesso non è più necessario sparire o convertire il garage in un bunker zeppo di armi, esplosivi e volantini. Basta un clic, da casa, per interagire sul web (o sul dark web) con soggetti reali che predicano e attuano la sovversione. Nel nome di Gaza, nel nome dell'anarchico Cospito, nel nome del predicatore Hannoun, nel nome di qualsiasi imam ritenuto pericoloso da polizia e intelligence. Sono questi i filoni di indottrinamento che spingono tanti giovani, spesso incensurati, a picchiare gli agenti, assaltare le redazioni dei giornali o attentare alla circolazione ferroviaria.
I servizi segreti conoscono bene il fenomeno e non lo sottovalutano per nulla.
Sotto la brace cova un fuoco insidioso che potrebbe propagarsi e riaprire ferite dolorose. È un pericolo concreto per tutti i cittadini. Ma stavolta tacciono le anime belle pronte a invocare la "vigilanza democratica" contro il nuovo fascismo di Stato.