Dall'orfanotrofio alla Borsa, gli occhiali per vedere lontano

Il patron di Luxottica nacque povero, ma inventò un impero miliardario. Pensando sempre ai dipendenti

Dall'orfanotrofio alla Borsa, gli occhiali per vedere lontano

Su YouTube c'è un breve filmato che documenta l'accoglienza strepitosa riservata dai dipendenti italiani di Luxottica a Leonardo Del Vecchio alla cena di Natale del 2019. Applausi, grida di gioia, entusiasmo, un'autentica ovazione. Dal suo ingresso è tutto un intrecciarsi di mani e di festosi saluti casuali. Ma c'è una mano guardatela che dalla folla gli si appoggia sulla spalla e poi lo accarezza lungo il braccio. Un gesto d'affetto, quasi intimo, di quelli che si riservano alle star o ai pontefici, raramente a un industriale. Non è il caso di fare confronti, ma quanti imprenditori italiani di oggi e di ieri potrebbero aver raccolto il virtuale, sincero abbraccio dei propri dipendenti? A Del Vecchio volevano bene tutti, perché lui voleva bene a tutti e lo dimostrava. Nelle lettere al personale si firmava «il vostro fondatore», e mostrava sempre di essere dalla loro parte. Luxottica è una delle multinazionali più generose, con un welfare aziendale forse senza pari. Un giorno Del Vecchio capì che un tecnico, padre di famiglia, aveva stoffa e avrebbe voluto fargli far carriera come dirigente: ma questi possedeva solo il diploma superiore, non la laurea, che nella prassi aziendale per il livello più alto era richiesta. Del Vecchio lo chiamò, gli illustrò il suo desiderio e gli propose: tu riprendi a studiare, ti laurei e io ti faccio dirigente; prenditi il tempo che ti serve, sarai pagato lo stesso. E così andò.

Chi lavora in Luxottica ha assistenza sanitaria integrativa, buoni spesa, libri di testo per i figli studenti, prestiti in denaro per far fonte a esigenze o emergenze, premi di risultato, un patto generazionale per favorire l'ingresso dei giovani, uno sportello interno per le esigenze più svariate, anche la babysitter. Per i 50 anni dell'azienda e poi per il suo 80simo compleanno LDV regalò a tutti azioni per 7 milioni, nella prima occasione, e 9 nella seconda. Durante il Covid la società integrò la cassa integrazione perché nessuno perdesse nulla. Il tutto con un grande rispetto e riconoscimento del lavoro, già in sé un grande valore.

Ma Del Vecchio era nato povero, e questo probabilmente gli aveva plasmato la sensibilità. Nacque dopo la morte del padre Leonardo (stesso nome) e la mamma faceva la fruttivendola in corso Garibaldi, a Milano. Le origini erano pugliesi. Crebbe in un orfanotrofio, quello dei Martinitt, cominciò garzone in un'azienda di incisioni metalliche, presto si mise in proprio. La storia degli esordi e del successo è stata racontata mille volte, tanto è leggenda. Nel 1958 si trasferì ad Agordo («arrivai in Lambretta») e fondò una bottega di montature per occhiali, nel 1961 diventata Luxottica. Faceva dei componenti, non il prodotto finito. Ma fu il suo carattere a segnare la strategia: «Ho sempre odiato la dipendenza da altri. Poco o tanto ma un terzista è nelle mani del cliente». Nacque da qui la sua grande intuizione: verticalizzare e trasformare l'occhiale da una commodity sanitaria a un accessorio di moda; prima mettendo insieme ogni segmento della produzione, poi espandendosi nella distribuzione, fino a controllare tutti i passaggi dell'occhiale, dalla materia prima al cliente, per miopi, presbiti o da sole, in tutti i continenti. La fusione con la francese Essilor, avvenuta quattro anni fa, è stata l'apoteosi di questo concetto d'integrazione: la più grande azienda di montature si univa con la più grande azienda di lenti. Nell'arco di sessant'anni Luxottica nel frattempo aveva comprato tutto il comprabile, aziende, marchi, licenze Armani, Ray-Ban, Chanel Prada, Versace, Valentino...- catene di negozi ovunque. Quando fu annunciata l'operazione con Parigi i maligni dissero che Del Vecchio vendeva ai francesi. Si è visto che non era così: la sua quota oggi è del 32,1%, e gli italiani comandano. L'azienda, 180mila dipendenti, capitalizza 65 miliardi di euro, quindi la quota dell'imprenditore ne vale da sola 20,8. Già questo lo farebbe uno degli uomini più ricchi del mondo: Forbes gli attribuisce un patrimonio di 27,3 miliardi di dollari, secondo in Italia (dopo Giovanni Ferrero) e 62simo nel globo. Tuttavia si tratta di una stima per difetto, visto che poi ci sono svariati altri miliardi che riguardano le quote nell'immobiliare Covivio, in Unicredit, in Mediobanca e Assicurazioni Generali, due partite queste ultime che non è riuscito a chiudere. Più, c'è da immaginare, una cospicua quantità di beni personali difficilmente individuabili. Essilux nel 2021 ha fatturato 21,4 miliardi (dopo aver acquisito la catena Grand Vision per 7 miliardi), esponendo all'ultima riga del bilancio un utile netto di 2 miliardi.

Quanto alla successione, un delfino vero e proprio non c'è. C'è però un'ampia famiglia, sei figli da tre donne diverse, distribuiti in un arco di età molto ampio, più una nipote prediletta. La cassaforte è la Delfin, con sede in Lussemburgo, le cui quote, gravate fino a ieri dall'usufrutto, sono state già distribuite. «Anche dopo di me disse ci sarà chi farà andar bene l'azienda: al punto in cui siamo dobbiamo solo gestire la crescita. La cosa che più mi preoccupa è che un domani, per una crisi, i miei dipendenti abbiano qualche problema. Loro sono stati la leva importante per costruire Luxottica».

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