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Il day after di Meloni: ora discontinuità, la nostra destra non difende la casta

La premier: via gli indagati dal governo. E con Santanchè si va al braccio di ferro

Il day after di Meloni: ora discontinuità, la nostra destra non difende la casta
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da Roma

Una notte di riflessione per valutare e metabolizzare una batosta referendaria che, soprattutto nelle dimensioni, è arrivata del tutto inattesa. Poi, la decisione di cambiare passo. Subito, senza gli indugi del passato. Un segnale di discontinuità netto. Perché, argomenta Giorgia Meloni nel corso delle riunioni mattutine a Palazzo Chini, governo e maggioranza in questi mesi hanno rimandato l'impressione di voler difendere la casta. Ma questa, ripete ai suoi interlocutori, non è la destra che rappresentiamo e dobbiamo dimostrarlo.

Di qui la decisione di fare tabula rasa, di rimuovere senza esitazioni problemi che fino a ieri si era preferito spazzare sotto il tappeto.

D'altra parte, la resa dei conti era nell'aria da giorni e il nervosismo crescente. Fino all'accelerazione tra lunedì sera e ieri mattina, con le riunioni della premier con i suoi, il faccia a faccia franco tra Andrea Delmastro e l'amico Giovanni Donzelli. Infine, il doppio passo indietro del sottosegretario alla Giustizia, travolto dall'affaire Bisteccheria d'Italia, e di Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, difesa fino all'ultimo, ancora ieri mattina, dal Guardasigilli. Nel pomeriggio, il colloquio del ministro con entrambi segna formalmente la fine della loro presenza in via Arenula. Passa qualche ora e arrivano voci di pressing informale anche su Daniela Santanché. La ministra del Turismo, però, resiste. E della questione viene interessato anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, che è amico di lunga data della Santanché. Quando nel tardo pomeriggio lo stallo persiste, da Palazzo Chigi filtra una certa irritazione di Meloni, che avrebbe chiesto di recapitare alla ministra un messaggio chiaro: se non ti dimetti tu, sarò io a chiederti pubblicamente di farlo. E a sera la premier rompe gli indugi: con una nota, esprime apprezzamento per la scelta di Delmastro e Bartolozzi di "rimettere gli incarichi", li ringrazia per il lavoro svolto e auspica che "sulla medesima linea di sensibilità istituzionale analoga scelta sia condivisa" dalla Santanché.

È questo l'epilogo - almeno ad oggi - di una sconfitta referendaria che segna evidentemente un punto di svolta della legislatura. L'obiettivo, dicono ai piani alti di via della Scrofa, non è trovare un "capro espiatorio", anche perché non si ritiene che la coppia Delmastro-Bartolozzi abbia inciso in modo determinante sulla sconfitta. La priorità è stata "disinnescare" altre mine sul cammino del governo ed evitare di offrire altri pretesti di logoramento, vedasi i guai giudiziari di Santanché.

Il partito lo legge come "un segnale forte", anche del fatto che la premier tiene il governo e la maggioranza con "polso" e "determinazione". "Non è una crisi politica", spiegano in Fdi. Ma un passaggio "necessario per ripartire e andare avanti ancora più compatti".

Le due figure avevano pesi diversi, seppur di primo piano. Bartolozzi, la "zarina" di via Arenula, teneva le redini del ministero. Ma Delmastro è considerato parte della cerchia più vicina al cuore del partito. Il suo sacrificio non è stato indolore, ma ineludibile. Pare fosse già stato deciso prima del voto. A chi ha parlato con lui prima del referendum, lo stesso sottosegretario aveva spiegato di essere "pronto lasciare" se glielo avesse chiesto la premier. Meloni inizialmente lo aveva difeso. Ma benché Demastro avesse ceduto le quote della società Le 5 Forchette, troppo spinosa è la vicenda e in continua evoluzione i dettagli pubblicati dai giornali su quella passata partecipazione. Troppo incerti anche gli sviluppi dell'inchiesta giudiziaria della Procura di Roma, in cui non è indagato Delmastro, ma lo sono Mauro Caroccia e la figlia, per riciclaggio e intestazione fittizia. Ed è lì, ai tavoli di via Tuscolana, che il destino di Bartolozzi si è legato a doppio filo a Delmastro. Ma il caso politico non è del tutto chiuso, visto che Bartolozzi è indagata dalla Procura di Roma per false dichiarazioni sul caso Almasri e rischia il processo.

La maggioranza voleva estendere alla dirigente lo scudo ministeriale e aveva chiesto di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Il voto della Camera è stato posticipato a dopo il referendum. Gli esiti ora sono imprevedibili.

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