La recente disputa sui dazi avviata da Donald Trump entra in una fase ancora più critica e per Bruxelles il rischio si presenta sotto due forme: da un lato, evitare un confronto commerciale diretto con Washington, dall'altro, non dare l'impressione di cedere completamente alle richieste della Casa Bianca. La decisione della Corte per il Commercio Internazionale degli Stati Uniti, che ha dichiarato illegittimi i dazi generali del 10% imposti dall'amministrazione americana, ha reso ancora più complesso un negoziato già teso. Trump non mostra alcuna volontà di fare marcia indietro e continua a utilizzare la leva tariffaria come strumento di pressione nei confronti dell'Europa.
A Bruxelles c'è preoccupazione per una possibile reazione del presidente americano alla sentenza dei giudici, che potrebbe tradursi in un ulteriore inasprimento della situazione commerciale. Rimane sul tavolo l'ultimatum rivolto a Ursula von der Leyen: se l'Unione europea non porterà a termine entro il 4 luglio l'attuazione dell'accordo di Turnberry, gli Stati Uniti sono pronti a imporre nuove tariffe più gravose sulle esportazioni europee. Trump ha sottolineato di aver "atteso pazientemente" che l'Ue onorasse gli impegni assunti in Scozia, insistendo sul fatto che Bruxelles debba "soddisfare la propria parte dell'accordo storico". Dietro il linguaggio diplomatico, però, il messaggio politico è chiarissimo: la Casa Bianca considera i ritardi europei una sfida diretta.
Nelle istituzioni prevale una linea prudente. La Commissione prova a evitare lo scontro e continua a lavorare per chiudere il dossier nelle prossime settimane. Ursula von der Leyen insiste sui "progressi positivi" dei negoziati e prova a mantenere aperto il canale con Washington, consapevole che una guerra commerciale avrebbe effetti devastanti soprattutto per le economie manifatturiere del continente. Germania e Italia sono i Paesi più esposti. Berlino teme un impatto durissimo sull'automotive, mentre Roma guarda con crescente preoccupazione all'agroalimentare, alla meccanica e all'export industriale.
Per il governo Meloni il punto resta evitare una spirale protezionistica che finirebbe per penalizzare entrambe le sponde dell'Atlantico. Antonio Tajani, dopo l'incontro con il segretario di Stato Marco Rubio alla Farnesina, ha ribadito la linea italiana spiegando che "noi non vogliamo guerre commerciali" e che l'obiettivo resta "un grande mercato, Europa, Stati Uniti, Canada, Messico". Parole che riflettono la strategia del governo: mantenere salda l'alleanza politica con Washington senza però sacrificare gli interessi economici italiani. Una preoccupazione condivisa soprattutto dai settori più esposti, a partire da quello enologico. Il presidente di Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha avvertito che "le recenti minacce amplificano l'incertezza: è un danno che si aggiunge al danno", sottolineando come gli imprenditori sperino che la ratifica dell'accordo di Turnberry possa almeno ridurre "per quanto possibile" l'indeterminatezza. Frescobaldi ha ricordato che i dazi non stanno colpendo soltanto i produttori europei, ma anche la rete commerciale americana del vino, già indebolita dal calo delle vendite e dalla riduzione delle etichette presenti nei ristoranti statunitensi. Secondo l'Osservatorio Uiv, l'export italiano verso gli Usa ha registrato nel 2025 un calo del 9,2%, con un peggioramento ancora più marcato nei primi mesi del 2026.
La sentenza della Corte americana rischia paradossalmente di aumentare l'incertezza.
Trump potrebbe utilizzare altri strumenti legali per aggirare la decisione. L'amministrazione starebbe già studiando nuove misure tariffarie selettive, soprattutto contro i comparti considerati strategici. E a Bruxelles nessuno si illude che sia facile raggiungere l'obiettivo.