La degenerazione della magistratura letta da Nordio

Tangentopoli era la malattia e Mani pulite la cura. Ma la medicina non ha funzionato e anzi ha avuto effetti collaterali, chiamiamoli così, pesantissimi

La degenerazione della magistratura letta da Nordio

Tangentopoli era la malattia e Mani pulite la cura. Ma la medicina non ha funzionato e anzi ha avuto effetti collaterali, chiamiamoli così, pesantissimi. Carlo Nordio, pm a Venezia per tantissimi anni e intellettuale raffinato, è andato controcorrente per una vita e non delude nemmeno questa volta: Giustizia ultimo atto, appena pubblicato da Guerini E Associati (192 pp., 18,50 euro), smonta il trentennale di Mani pulite e relativi coriandoli, mettendo in fila tutte le degenerazioni del sistema giudiziario.

Si può naturalmente non essere d'accordo con l'autore, ma bisogna ammettere che la fotografia scattata è assai eloquente e suggestiva. «La tesi di questo libro - scrive Nordio senza tanti spagnolismi - è che si sia trattato di un colossale fallimento». E questo per due ragioni. La prima: «Da un lato la corruzione è continuata e continua, sia pure sotto forme assai diverse, tanto che il governo Conte ha fatto una dura quanto sgangherata battaglia per eliminarla». Con l'introduzione della prescrizione a vita, senza limiti di tempo, bollata da Nordio come «un vero e proprio mostro giuridico».

Insomma, stiamo come prima e anzi pure peggio. Ma il passaggio più acuto è quello successivo in cui s'intrecciano la superbia della magistratura e i balbettii della politica: «L'accumulo di prestigio e quindi di potere da parte della magistratura ha determinato sia la subordinazione della politica, sia la degenerazione della stessa corporazione giudiziaria, culminata nello scandalo Palamara».

Nordio non si accontenta delle spiegazioni facili e assesta bacchettate a tutti, anche se è chiaro che il principale imputato del volume è la corporazione togata. Ma quel che più colpisce è proprio il viluppo per niente virtuoso dei due mondi.

Il pm mette in fila alcuni avvenimenti cruciali che hanno segnato quella stagione lontana e le cui ricadute arrivano fino a noi. Ecco il primo momento apicale: il celebre discorso di Craxi alla Camera il 3 luglio 1992, quello in cui il leader socialista spiegava che il sistema del finanziamento illecito ai partiti riguardava tutti, ma proprio tutti. Giusto. Ma Craxi, in quell'occasione avrebbe dovuto fare i nomi, esplicitarli, e pronunciare più o meno queste parole: «Vi leggerò un catalogo di persone e importi, confidando che se domani sarò incatenato mi troverò in buona compagnia». Craxi, però, per una ragione o per l'altra non tira fuori quella lista e Mani pulite prende una strada, una sola, fermandosi sul portone di Botteghe oscure. C'è poi il processo Cusani, il primo trasmesso in tv e per Nordio quelle udienze rappresentano una gogna senza precedenti.

Questo succedeva a Palazzo di giustizia. In contemporanea la politica faceva una sorta di harakiri consegnandosi al giustizialismo imperante.

Anche qui, ecco due circostanze decisive. L'abolizione dell' immunità parlamentare: «Una decisione funesta. Perché dimostrò la debolezza di un Parlamento sfiduciato e arrendevole e ne consegnò la sopravvivenza alle iniziative delle procure». Risultato: «Una sacrilega menomazione del diritto del cittadino ad essere rappresentato dalla persona che ha contribuito ad eleggere». Smarrendo la sacralità della funzione parlamentare. Non basta. C'è poi la ritirata colpevole del governo Berlusconi davanti alla solita, prevedibile alzata di scudi contro il decreto Biondi che avrebbe finalmente ridotto gli abusi sulla custodia cautelare.

Un altro passo indietro, un'altra causa delle storture di oggi. Per fortuna, è la conclusione con una spruzzata di ottimismo, sono in arrivo i referendum sulla giustizia, anche se non è affatto scontato che si raggiunga il quorum. I quesiti sono contorti e, come spesso capita in queste situazioni, al limite dell'illeggibile. Ma non importa, quel che conta è il messaggio lanciato da un'opinione pubblica che vuole voltare pagina. Speriamo che l'alert arrivi al Palazzo.

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