La depressione della stella: "Pelé non esce più di casa"

Il racconto del figlio Edinho: "È stato un re, ora non riesce a muoversi e si vergogna a farsi vedere"

Gordon Banks, l'unico in grado di fermarlo, il pensiero se l'è cavato esattamente un anno fa, togliendo il disturbo il 12 febbraio 2019. E quando i giornali e le tv di tutto il mondo scrissero articolesse in morte di un portiere dagli occhi da cinese campione del mondo con la sua Inghilterra nel 1966, l'immagine da copertina era sempre quella: lui in maglia azzurra che vola a prendere un pallone che sembrava già dentro e uno sbattere di ciglia dopo era fuori. La incoronarono come parata del secolo e magari ce ne furono anche di più belle in partite oscure non riprese dalla televisione, ma quello era un Mondiale, quello del 1970 in Messico, la partita era Brasile-Inghilterra (i sudamericani vinsero comunque 1-0 con gol di Jairzinho) ma soprattutto ad aver colpito maestosamente di testa quel pallone che con qualsiasi altro portiere sarebbe stato gol era stato Pelé. Il migliore giocatore del secolo, secondo i più. Comunque il secondo, per i calciofili di rito maradoniano.

Ecco, Pelé. Qui volevamo arrivare. Perché un anno dopo la morte del portiere la cui maggior fama è quella di aver murato il mito, veniamo a sapere che Edson Arantes do Nascimento, nome che compare sulla carta d'identità del calciatore del Novecento, non se la passa molto bene. O Rei è nudo.

Racconta il figlio Edson Chobi Nascimento, portiere come Banks, nome calcistico Edinho, che il papà è depresso. Una malinconia lo tiene chiuso in casa come un hikikomori qualsiasi, perché non riesce a camminare e non vuole farsi vedere in quello stato, lui che mangiava in testa a Burgnich Tarcisio a tal punto zompava in alto quando spioveva un cross, lui che andò in quadrupla cifra in fatto di gol e li faceva in tutti i modi, di destro, di sinistro, rovesciando, saltando terzini come manichini, con una potenza dentro quelle gambe che sapevano esse fero e esse piuma, che avremmo rivisto qualche decennio dopo solo in un altro suo connazionale pure lui bravino, Ronaldo.

Pelé è vecchio, compirà ottant'anni tra qualche mese, il 23 ottobre. E un acciacco, una malattia, fa parte del contratto stipulato alla nascita da ciascuno di noi con quella stronza della natura, che è un'esattrice lenta ma inesorabile. Quello che sgomenta è che uno come lui non voglia ammettere di non essere più il cocco del destino, il predestinato con il sole sempre in faccia. Ha trasformato una disabilità in una diminutio, quasi offeso di poter essere trattato così, lui che aveva il mondo a lucidargli gli scarpini.

Racconta Edinho in un'intervista video a Globo Esporte che sarà messa in onda giovedì ma di cui sono state rilasciate delle anticipazioni: «È piuttosto fragile in fatto di mobilità. Ha subito un trapianto di anca e non ha fatto una riabilitazione adeguata. E questo problema gli sta procurando una certa depressione, una cosa così... Immaginate, lui è o rei, è sempre stato una figura così imponente, e oggi non riesce a stare dritto. Egli è molto imbarazzato, molto a disagio per questo. Ma sta bene, a parte questo e a parte i problemi legati all'età».

La solitudine dei numeri dieci. Fa tristezza pensare a Pelé che non riesce a dribblare uno sgabello nel tinello di casa e che deve muoversi per il corridoio con il deambulatore, come zio Peppino quando va alla posta, ma questi non se ne cruccia perché non ha una mitologia da portare a spasso.

Nell'ultima uscita Pelé era apparso effettivamente con un deambulatore con rotelle, sul palco di un evento, i capelli ancora neri corvini, lo sguardo fiero, un po' di pancetta sotto la polo chiara. «Rispetto a quell'uscita papà è anche un po' migliorato, ma ha ancora molte difficoltà a camminare».

Il rapporto tra Pelé e il figlio è sempre stato romanzesco. Edinho sostiene di non averlo di fatto conosciuto fino ai 18 anni («è stato più mito che padre»), quando lui - il figlio - tornò dagli Stati Uniti in Brasile e si mise in testa di giocare a calcio da goleiro, da portiere, nemesi per il pargolo di un cannoniere da record. Riuscendoci, peraltro, e vestendo per qualche stagione la maglia del Santos in cui papà aveva trascorso tutta la sua carriera. Poi la relazione tra i due è migliorata, malgrado le disavventure giudiziarie di Pelé junior: un arresto per traffico di droga nel 2005 che lo fece finire in galera e lo costrinse a un processo lungo e doloroso e una condanna del 2017 per riciclaggio di denaro sporco. Forse la depressione di O Rei è cominciata lì. Che dici, Edinho?