Nel bilancio pubblico del nostro Paese pensioni e sanità continuano a rappresentare i due pilastri centrali dello Stato sociale, pesando oltre il 45% dei circa 1.100 miliardi di spesa pubblica quest'anno (500 miliardi, più di due quinti del Pil). Esse sono anche le voci più impegnative da sostenere in una stagione di rigore finanziario obbligatorio. I numeri del Documento di finanza pubblica (Dfp) raccontano, però, una realtà diversa dalla narrazione delle opposizioni. Nonostante una linea di controllo dei conti che ha portato il deficit/Pil 2025 a sfiorare il 3% - mancato solo per una manciata di milioni - e che punta quest'anno al 2,9% con la conseguente uscita dalla procedura d'infrazione europea, non si registra alcun definanziamento dei capitoli fondamentali del welfare.
Anzi, sul fronte previdenziale la spesa continua a crescere in modo robusto. Nel 2025 le pensioni hanno assorbito 342,9 miliardi di euro, pari al 15,2% del Pil; nel 2026 saliranno a 352,4 miliardi, con un incremento del 2,8%, mantenendo invariata l'incidenza sul prodotto. Nel 2027 arriveranno a 365,9 miliardi, per poi toccare 386,9 miliardi nel 2029, quando peseranno per il 15,5% del Pil. In pratica, quasi 44 miliardi in più nell'arco del quadriennio. Il Dfp sottolinea come "un elevato livello e dinamica della spesa per prestazioni sociali in denaro" resti strutturale, con una crescita media annua delle pensioni del 3,2% tra 2027 e 2029.
Sono dati che confermano due verità spesso rimosse nel dibattito politico. La prima: la stretta previdenziale degli ultimi anni, dall'adeguamento automatico dei requisiti fino al progressivo superamento delle uscite anticipate più generose, è stata necessaria per impedire una deriva insostenibile dei conti. La seconda: malgrado questi correttivi, la spesa pensionistica italiana resta tra le più alte d'Europa. Non a caso la Ragioneria ricorda che senza le riforme stratificate dal 2004 in poi, l'incidenza sarebbe stata di oltre 60 punti di Pil più elevata nel lungo periodo.
Accanto alle pensioni cresce anche la sanità. Nel 2025 la spesa sanitaria si è attestata a 141,5 miliardi, il 6,3% del Pil. Nel 2026 salirà a 148,5 miliardi, con un balzo del 4,9%, raggiungendo il 6,4% del Pil. Da lì continuerà a crescere fino a 159,4 miliardi nel 2029, con un'incidenza al 6,4%. In tre anni significa quasi 11 miliardi aggiuntivi.
Il quadro smentisce frontalmente le accuse di tagli al Servizio sanitario nazionale. Palazzo Chigi, pur dentro una cornice di finanza pubblica severa, ha aumentato il finanziamento sanitario, sostenendo rinnovi contrattuali, assunzioni, farmaceutica, assistenza territoriale e investimenti Pnrr. Certo, restano criticità profonde - dall'invecchiamento del personale medico alla pressione della spesa farmaceutica - ma parlare di smantellamento, come fa il Pd, appare più propaganda che realtà.
La fotografia complessiva mostra dunque un governo che, con Giorgetti al timone del Tesoro, ha scelto una linea di responsabilità: contenere il deficit senza sacrificare pensionati e sanità pubblica. Le opposizioni continuano a evocare austerità e tagli sociali, ma i numeri raccontano l'opposto.
L'Italia spende molto, e continuerà a spendere moltissimo, per protezione sociale e salute. Semmai, la vera sfida sarà rendere questa spesa sempre più efficiente e sostenibile, evitando che il peso crescente sul bilancio comprometta la stabilità futura.