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"Un dicastero per l'Italia che favorisca le imprese"

Il ministro del Made in Italy e le sfide del Paese: "Vogliamo uno Stato stratega, non interventista"

"Un dicastero per l'Italia che favorisca le imprese"

Ita, automotive, Ilva, Lukoil, Tim, energia. Sono i più importanti dossier lasciati in sospeso dai precedenti governi e ora sul tavolo del Ministero delle Imprese e Made in Italy. Dalla manovra ai fondi del Pnrr, il ministro Urso ha le idee chiare sulla strategia da affrontare.

MInistero del Made in Italy vuol dire Ministero delle nazionalizzazioni?

No assolutamente. Abbiamo una visione concreta della realtà, non ci muove l’ideologia ma solo l’interesse nazionale. E i dossier che lei cita lo dimostrano, in alcuni accelereremo la privatizzazione, in altri riaffermeremo il ruolo dello Stato. Sono dossier su cui dobbiamo decidere in fretta, in pochi giorni: è come se dovessimo scrivere l’ultima pagina, quella conclusiva, di un libro la cui trama è in buona parte già compromessa, talvolta con attori stranieri che l’hanno mal interpretata. Il nostro sarà il Ministero dell’Italia, cioè della impresa italiana. Ma ben consapevoli che dobbiamo favorire la crescita di “campioni europei”, anche a leadership italiana. Per questo ci vuole uno “Stato stratega” non uno Stato interventista. Lo Stato definisce le strategie e indica la strada su cui poi le imprese liberamente circolano, spero nella stessa direzione e alla velocità dei tempi moderni. Per questo non dobbiamo frapporre ostacoli ma anzi facilitare l’azione delle imprese, fornire loro il migliore carburante.

Per Ita ha parlato di “partnership” significa che comunque lo stato ci sarà?

Significa che serve un partner industriale rilevante con un progetto di sviluppo degli hub italiani. Ita non sarà mai più una Compagnia di Stato ma vorremmo che tornasse ad essere una Compagnia di bandiera, cioè al servizio degli italiani e dei turisti che sempre più desiderano venire nel nostro straordinario Paese.

Lei ha detto che non possiamo diventare dipendenti dalle batterie cinesi, come possiamo evitarlo?

Non solo nelle batterie, ma in tutti i settori strategici dobbiamo dotare l’Italia di una strategia di lungo termine che ci renda più indipendenti dall’estero e quindi meno vulnerabili. Penso agli oltre 4 miliardi stanziati per i semiconduttori nel periodo 2022-2030, o agli oltre 350 milioni che destineremo da subito agli investimenti in “rinnovabili e batterie” previsti dal PNRR. Non è solo un tema nazionale: la pandemia ha rivoluzionato le catene globali del valore, e anche la Commissione sta facendo la sua parte per rafforzare il sistema industriale europeo con i cosiddetti IPCEI (Important Project of Common European Interest). Batterie, chip, semiconduttori: serve l’autonomia strategica europea nel digitale. Possiamo farcela. Dobbiamo fare sistema. Ho già incontrato l’Anfia, che rappresenta le imprese automobilistiche, e i rappresentanti di Stellantis ed ho convocato per il 5 dicembre il tavolo automotive.

Lei è unico che parla del gasdotto Eastmed. Ci state lavorando?

L’Italia può diventare l’hub del gas europeo con la rete dei gasdotti e nuovi rigassificatori ed anche aumentando la produzione nazionale. Così potremmo contribuire anche alla autonomia strategica europea nel campo della energia. Ma ci vuole una comune politica verso Mediterraneo e Africa, nel segno della partnership: oggi più che mai serve quella visione che consentì ad Enrico Mattei di porre le basi energetiche per il miracolo economico italiano

Fra 4 mesi Acciaierie d’Italia avrà finalmente realizzato tutte le prescrizioni ambientali, ma anziché aumentare la produzione diminuisce. Si riuscirà a tenere accesi gli altoforni che lei ha sempre difeso?

Dobbiamo invertire subito il declino produttivo di Ilva. Oggi produce appena 3 milioni di tonnellate a fronte dei 6 concordati, con l’obiettivo di tornare ad 8. Le risorse stanziate devono essere davvero impegnate a questo fine, stiamo valutando anche se siano necessari ulteriori interventi legislativi per facilitare riconversione e investimenti. Anche in questo caso abbiamo subito riattivato il Tavolo, quindi il confronto con tutte le parti sociali e produttive e con gli Enti locali. Serve che il Sistema Italia si muovi finalmente nella stessa direzione.

Il piano a idrogeno presentato da Bernabè necessita di 5 miliardi solo per gli impianti, e poi fonti energetiche costosissime che non ci sono, e consumerebbero il 2% del fabbisogno italiano. Mentre Ilva non si mantiene neppure ora che va a carbone. Che intende per riconversione?

Il Piano di Decarbonizzazione di Acciaierie d’Italia prevede la completa decarbonizzazione dello stabilimento di Taranto, ma naturalmente si tratta di un obiettivo di lungo termine coerente con le tappe previste dal Green Deal: impatto climatico zero entro il 2050, con obiettivi comunque molto sfidanti già dal 2030. A oggi l’alimentazione dello stabilimento interamente a idrogeno verde non sarebbe tecnicamente ed economicamente possibile. Occorre tuttavia avviare da subito gli investimenti e l’Italia, con il PNRR, ha destinato 2 miliardi di euro per l’introduzione e l’utilizzo dell’idrogeno nei settori cosiddetti hard to abate, vale a dire i settori in cui è difficile abbattere le emissioni di CO2. La completa elettrificazione di Taranto dovrà avvenire entro il 2032: è un programma ambizioso e complesso per quello che ancora oggi è il più grande stabilimento siderurgico in Europa. È tuttavia un programma necessario e l’unico modo per rispettarlo è rafforzare la governance pubblica dello stabilimento.

Il divieto del cibo sintetico non è un freno ad altre possibilità di sviluppo? Una sorta di nimby alimentare?

Gli altri facciano ciò che ritengano, noi tuteleremo il Made in Italy e quindi i consumatori. Su questo ci muoviamo all’unisono con il ministro Lollobrodgia e con le associazioni di categoria. Non ci faremo imporre da altri le regole della alimentazione. La dieta mediterranea è la storia della civiltà.

Un cdm straordinario per Ischia. Cosa avete deciso?

Abbiamo deliberato lo stato di emergenza con un primo stanziamento di 2 milioni di euro cui si aggiungeranno altre risorse dopo aver fatto una ricognizione precisa dei danni. Nel contempo abbiamo attivato le procedure per la definitiva approvazione del piano nazionale per il cambiamento, avviato addirittura nel 2016. Sono passati 6 anni! Lo vareremo entro un mese. Basta ritardi.

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