Molti degli attori che criticano Donald Trump per il suo approccio destabilizzante(unpredictable) e pericoloso per gli equilibri globali, sono gli stessi che traggono vantaggio diretto dall'economia della guerra. Perché, al netto dell'ipocrisia di una narrazione di facciata, la guerra moderna è parte integrante dell'economia globale. Non una sua deviazione, ma un ingranaggio del sistema.
Un approfondito report pubblicato in questi giorni sul sito di intelligence Debuglies.com analizza proprio la trasformazione del cosiddetto "complesso militare-industriale-finanziario" nel contesto post-2016, sostenendo che il sistema occidentale della difesa non può più essere interpretato come semplice relazione tra Stato e industria militare, ma come una struttura integrata in cui capitale finanziario, politiche pubbliche e conflitto armato si alimentano reciprocamente. L'idea centrale è che la sicurezza sia diventata un asset. Gli interessi finanziari del settore della Difesa non sono più concentrati in una classe identificabile di ricchi proprietari dell'industria e dei loro sostenitori politici. Sono diffusi nell'infrastruttura di risparmio e previdenza di ampi segmenti della popolazione.
I principali appaltatori della Difesa Usa sono Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, Boeing Defense, General Dynamics, L3Harris. Sono società quotate in Borsa le cui azioni sono detenute, in proporzioni considerevoli, da gestori patrimoniali istituzionali come BlackRock, Vanguard, State Street, Fidelity e i loro equivalenti internazionali. Questi gestori patrimoniali, a loro volta, amministrano fondi pensione, fondi sovrani, dotazioni universitarie, riserve assicurative e fondi indicizzati per investitori al dettaglio. Il risultato è che una parte consistente della classe media lavoratrice americana ed europea ha un'esposizione finanziaria passiva, in gran parte invisibile, all'andamento del settore della difesa. Il report fa un esempio concreto: quando il Dipartimento della Difesa assegna a Lockheed Martin un contratto per la produzione del caccia F-35 Joint Strike Fighter, i beneficiari finanziari includono non solo i dirigenti e gli azionisti diretti di Lockheed, ma anche i beneficiari delle pensioni e i detentori di fondi indicizzati i cui risparmi previdenziali sono gestiti tramite i prodotti indicizzati di BlackRock e Vanguard. I fondi pensione pubblici, amministrati dai governi statali per conto di insegnanti, agenti di polizia, vigili del fuoco e altri dipendenti pubblici, detengono ingenti investimenti in indici azionari diversificati che includono i principali appaltatori della Difesa. Allo stesso tempo, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JPMorgan e le loro controparti forniscono l'infrastruttura di servizi finanziari (sottoscrizione di debito, emissione di azioni, consulenza sulle fusioni, copertura con derivati) che consente ai principali appaltatori di operare. Il perimetro di guadagno si sta inoltre allargando perché il settore dell'intelligenza artificiale e dei sistemi autonomi combina le dinamiche strutturali degli appalti tradizionali con l'ulteriore complessità della tecnologia con una convergenza di interessi tra il Pentagono e la Silicon Valley. Si crea quindi un paradosso tra il registro retorico antitrumpiano e la realtà. In altre parole, mentre si denuncia il rischio di escalation, si investe proprio su quell'escalation. Non sono passate inosservate le parole del numero uno di JpMorgan, Jamie Dimon. I rapporti con Trump sono spesso stati tesi (il presidente Usa gli ha pure fatto causa). Nel 2018, Dimon disse addirittura che avrebbe potuto battere Trump in un'ipotetica campagna elettorale perché "sono duro quanto lui, ma più intelligente". In un'intervista televisiva rilasciata alla Fox a fine marzo, però, il banchiere ha detto che "vincere questa guerra ed eliminare il flagello del mondo è più importante della performance di mercato a breve termine". Per anni la grande finanza ha trasformato le guerre in categorie analitiche, descrivendole come "shock esogeni", "variabili macroeconomiche".
Ma se il capo della più grande banca americana ora inizia a esprimersi come un attore dentro la dinamica geopolitica, significa che la finanza considera la guerra una variabile inevitabile e, in certi casi, necessaria per la stabilità futura.