La difesa scomposta di Arcuri: sui ritardi non è mai colpa sua

Il commissario all'emergenza audito in commissione alla Camera su mascherine e tamponi. L'attacco a chi critica, poi la retromarcia: "Legittime contestazioni purché esse siano informate"

La difesa scomposta di Arcuri: sui ritardi non è mai colpa sua

Non è mai colpa di Domenico Arcuri. Tutto è filato liscio. Su mascherine e tamponi nessuna buccia di banana, ritardi o errori. Al massimo è colpa di qualche "birichino" che per una sorta di complotto va a scovare l'assenza di Dpi nelle farmacie proprio quando sono finite. L'audizione alla Camera del commissario straordinario all'emergenza può essere più o meno riassunta così. Una difesa senza esitazioni, con un "non detto" che però emerge chiaramente: se l'Italia ha avuto qualche ritardo, non bisogna imputarlo al buon Arcuri, ma a ciò che non è stato fatto prima. Quindi, ça va sans dire, al collega Borrelli.

Quando prende la parola di fronte ai deputati collegati online, Arcuri fa infatti iniziare il suo racconto da "69 giorni fa", cioè il 18 marzo, quando il governo lo ha nominato commissario. "L'Italia non produceva alcun Dpi - spiega - solo una piccola fabbrica in Emilia Romagna fabbricava ventilatori e la produzione di reagenti di estrazione e amplificazione era sostanzialmente pari a zero". Dopo due mesi, dice lui, "ci troviamo in una situazione completamente diversa" e tutto va per il meglio. "Il 18 marzo furono distribuiti 1 milione e 64mila mascherine al personale sanitario e parasanitario che ne domandava 3 milioni al giorno, ieri ne abbiamo distruibuiti 10 milioni e 525mila. Dieci volte di più". Inoltre sono stati acquistati 363 milioni di prodottti a sostegno della lotta all'emergenza. E presto saremo autosufficienti. In sostanza, una Eldorado. Il commissario racconta delle guerre commerciali dei primi giorni e della scelta di "smarcarsi dalla dipendenza dall'estero". "Con il Cura Italia è nata una filiera per la produzione italiana di dispositivi - spiega - Abbiamo avviato una produzione di dispositivi di proprietà pubblica". Le 51 macchine statali, che stanno costruendo due grandi aziende nostrane, "entro la fine di giugno" arriveranno a produrre "31 milioni di mascherine al giorno". E così - se tutto va bene - a fine settembre "non dipenderemo più dalla produzione da altra parte del mondo".

In realtà sulle mascherine Arcuri ha mantenuto lo stesso, durissimo, registro mostrato durante le polemiche di questi giorni. Secondo lui in giro c'è "poca voglia di rappresentere" le informazioni "per quelle che sono" e in "pochi vanno a vedere" i numeri pubblicati dalla Protezione Civile sulle distribuzioni dei dispositivi. Anche sulla querelle del prezzo massimo non fa un passo indietro. Dice di "rivendicare" la scelta dei 50 centesimi, ricorda la "speculazione vergognosa" che aveva portato a vendere maschere a 5 euro ("con un profitto del 4mila per cento") e ritorna sul costo di produzione che, una volta avviata la filiera statale, sarà di 12 centesimi al pezzo. "Abbiamo contratti con 19 aziende italiane, per 1 miliardo e 823 milioni di mascherine - dice il Commissario - Il prezzo medio a cui ci vendono i loro prodotti è 42 centesimi. Già oggi hanno stipulato con noi ordini che sono superiori al totale delle mascherine chirurgiche che abbiamo comprato in Cina (15 fornitori che alla fine ci daranno 1 miliardo e 807 milioni)". Secondo Arcuri "solo 70 giorni sono un tempo breve per modificare così tanto una situazione drammatica", anche se ha dimenticato di citare i tanti buchi nell'acqua: dalle mascherine sbagliate inviate all'Ordine dei medici ai camici che si bucavano. Ma tant'è.

Altro tema scottante è quello sui test. L'Italia, assicura Arcuri, è tra i Paesi dove "si fanno più tamponi al giorno" e se non ne fanno abbastanza è colpa della "organizzazione sostanzialmente federalista della sanità", della carenza mondiale di reagenti e del fatto che nel Belpaese ci sono 211 laboratori accreditati dove si usano combinazioni di reagenti differenti. Di sicuro, comunque, non è colpa di Arcuri. La notizia però è che forse presto l'Italia potrebbe cambiare strategia: "C'è un'interlocuzione con il Comitato tecnico scientifico e il ministero della Salute - ha rivelato il commissario - per ragionare se sia sempre questa la modalità migliore per fare test molecolari o se non si possano introdurre modalità più innovative, più veloci e meno dipendenti dalla dotazione di reagenti per estrazione, per esempio queste macchine aperte, questi kit innovativi che ci sono stati offerti che ancora sono poco diffusi". Staremo a vedere.

Ciò che emerge dall'audizione è comunque chiaro: Arcuri difende il suo operato, e ci mancherebbe; ama poco le critiche ("il mio intento sarà sempre quello di chi cerca di misurarsi con legittime contestazioni purchè esse siano informate"); e soprattutto parla solo di quel che la sua struttura ha fatto dal 18 marzo in poi, quasi scaricando eventuali mancanze alla gestione precedente. E allora la domanda è una: se tutto questo "miracolo" è stato possibile in soli 70 giorni, se avessimo iniziato a procurarci materiali dal 31 gennaio, giorno della dichiarazione dello stato di emergenza, non saremmo arrivati preparati all'appuntamento col virus?

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