Il dilemma: chi curare prima? Anche i filosofi si dividono

I criteri etici di accesso alla terapia intensiva: "Il diritto alla vita non può appartenere soltanto ai giovani..."

«Il criterio che ha adottato padre Kolbe, offrendosi di morire al posto di un padre di famiglia». Costanza Miriano non mi delude mai, senza di lei del frate-martire di Auschwitz non mi sarei ricordato. Nel tempo disgraziato in cui i malati sono troppi e i letti troppo pochi ho chiesto a un tot di filosofi, teologi, pensatori di ogni ordine e grado di rispondere alla seguente domanda fastidiosa: Se in un ospedale è rimasto un solo posto di terapia intensiva e arrivano due malati di uguale gravità ma diversa età, a chi daresti il posto? Ovvero: Secondo quali criteri offriresti o negheresti una maggiore possibilità di sopravvivenza a una persona invasa dal coronavirus?

Quesito molto complicato perché le variabili (mediche e morali) sono tantissime: quella anagrafica è la prima ma non certo l'unica. «Anche a me» afferma l'autrice di Sposati e sii sottomessa (long-seller dal titolo non meno fastidioso della mia domanda) «pare che la precedenza vada data a persone da cui a loro volta dipendono altre persone, e quindi per esempio ai genitori di figli minori. Anche tra due senza figli il criterio dell'importanza di una vita che si prende cura di altre vite dovrebbe prevalere, per esempio tra un generoso medico e un art director sceglierei di salvare il medico. Prego Dio di non essere mai messa nelle condizioni di fare una scelta simile, però». Costanza Miriano dice «anche a me» perché in coda alla domanda mi sono messo in gioco dando la mia personalissima risposta: «Io forse privilegerei i malati con figli piccoli».

«Mi informerei» risponde Vittorio Messori «venendo a sapere che il più giovane non ha figli oppure sono già in età di lavoro. Dal vecchio apprendo che suo figlio ha una famiglia ma non ha lavoro né ne trova e gli è essenziale la pensione del padre che gliene passa la gran parte. Dunque è al pensionato che lascerei il solo posto terapico, pur sempre tormentato dal timore di avere sbagliato». Restando in ambito cattolicissimo, padre Maurizio Botta ricorda di credere nei miracoli: «E inoltre credo che la salute per un cristiano è seria e importante, ma non è il bene più prezioso». Mentre per il teologo Enrico Maria Radaelli bisognerebbe salvare il più bisognoso dal punto di vista spirituale, «chi magari ha bisogno di un supplemento di vita per redimersi». Ma come si fa? «Chiedendo al Cielo un segno, un'indicazione del prescelto, come faceva San Giovanni Bosco».

A proposito di scelte impossibili, ecco Leonardo Caffo: «Io sono per dare il posto a chi è stato più sfortunato prima dell'infezione». Al filosofo animalista chiedo lumi per capire quali siano le sfortune che favorirebbero l'accesso alla salvezza: «Malattie precedenti, povertà, stupri, drammi». Quasi l'esatto contrario di ciò che raccomanda la Siaarti, associazione dei medici rianimatori, secondo la quale bisogna considerare «la maggior speranza di vita». Come Riccardo Ruggeri che si spinge oltre chiedendo un decreto per imporre il criterio età/gravità: «Faccio un esempio: se c'è un posto al Sacco di Milano e un giovane dell'Aquila di etnia rom è il primo della lista nazionale ci va lui. Nessuna eccezione per Nobel, presidente del consiglio, della Repubblica, della Cassazione, dell'Istituto superiore della sanità...». Insomma l'opinionista di Zafferano, ottantacinquenne e malato di cancro (dunque molto indietro nelle oggettive graduatorie Siaarti), teme soggettivismi e favoritismi, così come Stefano Bonaga, preoccupato dall'impossibilità di gerarchizzare le varianti («Nel concreto della decisione essa si darà nell'arbitrio di uno slancio soggettivo e per così dire opaco»), e Renato Cristin («Da filosofo, per me il problema è la domanda: il medico non dovrebbe trovarsi nella condizione di dover scegliere, le sue decisioni devono fondarsi esclusivamente sulla scienza medica altrimenti possono entrare in gioco perfino fattori di gusto»).

Che ginepraio, ecco perché Maurizio Ferraris ha passato morbidamente la palla, dichiarandosi via mail ignavo. Anche Marcello Pera ha alzato le braccia, per non impelagarsi nel casuismo: «La morale casuistica procede all'infinito: salvo il più giovane; no, salvo il più vecchio se è un Beethoven; no, salvo il più giovane, se il Beethoven in questione non è più creativo; no, salvo il più vecchio, perché l'omaggio che si deve a un vecchio Beethoven non più creativo è superiore a quello che merita un giovane criminale...».

Nessuno vorrebbe trovarsi nei panni di un medico costretto a prendere certe decisioni. Nemmeno io. E però trovo che l'attuale frangente offra la possibilità di elevarsi, così come un naufragio offre al comandante la possibilità di comportarsi da eroe. Secondo Carl Schmitt è nello stato di eccezione che si esercita la sovranità. Secondo me è nello stato di emergenza che si esercita la moralità, altrimenti chiacchiera da convegno. In tempi pestilenziali ci vuole fegato per esplicitare i propri criteri riguardo la vita e la morte. Ferdinando Camon, il grande vecchio della cultura veneta, il fegato ce l'ha e lo dimostra rispondendo così alla mia domanda: «Io reciterei davanti ai due pazienti Nel mezzo del cammin di nostra vita... e li inviterei a proseguire. Chi sa proseguire lo salvo, chi non lo sa lo abbandono. Perché la civiltà di domani prosegua quella di ieri».

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