L'attacco statunitense alle installazioni militari di Kharg rappresenta un passaggio di soglia nel confronto con l'Iran. L'isola di Kharg è il cuore dell'export petrolifero iraniano, la fonte primaria delle entrate in valuta del regime: colpirla significa incidere direttamente sulla base finanziaria che sostiene l'apparato statale e militare di Teheran.
Donald Trump ha rivendicato la scelta di non distruggere gli impianti per decenza, riservandosi però di riconsiderare tale decisione in caso di perduranti interferenze iraniane nello Stretto di Hormuz. Il messaggio è duplice: moderazione apparente, ma minaccia esplicita. Lasciare intatte le infrastrutture consente poi di evitare uno choc immediato sui mercati energetici e, al tempo stesso, di preservare un asset utilizzabile come leva negoziale.
Ma il vero salto risiederebbe nell'occupazione dell'isola. In tal caso, il dispositivo più plausibile comprende la 26ª Marine Expeditionary Unit affiancata da un Brigade Combat Team della 82ª Airborne Division, per un totale di circa 5.500 effettivi. Un'operazione di questo tipo imporrebbe il controllo dello Stretto di Hormuz e la protezione continua delle linee di rifornimento, in un ambiente marittimo ristretto e vulnerabile ad attacchi asimmetrici. Anche con una netta superiorità tecnologica, il danneggiamento di una singola unità navale statunitense avrebbe conseguenze politiche sproporzionate, mentre lo sbarco non sarebbe una semplice estensione dei raid aerei, ma un'azione ad altissima intensità, potenzialmente capace di evocare precedenti come Iwo Jima.
Teheran, dal canto suo, potrebbe evitare una riconquista immediata dell'isola e puntare invece a rendere l'operazione politicamente ed economicamente insostenibile, colpendo le infrastrutture energetiche altrui e alimentando così la volatilità dei mercati.
A questo punto la questione non sarebbe più regionale. Bloccare Kharg significherebbe incidere sul principale veicolo attraverso il quale l'Iran vende greggio alla Cina.
Tuttavia, la leva su Pechino non è lineare. La Cina dispone di ampie riserve strategiche e con il tempo di fornitori alternativi, a partire dalla Russia; un'interruzione del flusso iraniano non comprometterebbe la sua immediata sicurezza energetica. Inoltre, dal punto di vista strategico, un impegno statunitense prolungato in Medioriente potrebbe persino rappresentare un vantaggio per Pechino, sottraendo risorse e attenzione al teatro al Pacifico occidentale. Ne consegue che la pressione su Kharg non si traduce automaticamente in pressione sulla leadership cinese.
La programmata visita di Trump a Pechino, si inserisce dunque in un quadro ambiguo: da un lato Washington potrebbe presentarsi forte di un'iniziativa militare che comunque incide sugli interessi energetici cinesi; dall'altro rischia di negoziare mentre è impaludata in un teatro che Pechino considera tutto sommato secondario.
Resta l'ambiguità della linea americana.
Le dichiarazioni di Trump oscillano tra fermezza e contenimento: possono essere lette come pressione calcolata oppure, più probabilmente, come indicazione di una strategia in evoluzione. In ogni caso, l'incertezza è ormai parte integrante del quadro strategico.