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Donald non farà come Obama. Israele si prepara

Gli Usa non volteranno le spalle al popolo iraniano

Donald non farà come Obama. Israele si prepara
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I conduttori televisivi israeliani lo ripetono: non ci sono indicazioni di allarme, i rifugi semmai si apriranno al bisogno, gli ospedali sono attrezzati. Gli esperti scherzano: "Berremo il solito bicchier d'acqua, scenderemo nei rifugi per poi tornare a lavorare". Si sa bene che l'Iran dispone di missili balistici, ma dopo aver assaggiato l'aviazione israeliana nella guerra dei 12 giorni, forse gli ayatollah ci penseranno due volte. Di più: se Israele dopo il 7 ottobre non avesse impugnato il proprio destino fino a fronteggiare Hamas, Hezbollah e poi, con gli Usa, anche l'Iran, difficile immaginare che si sarebbe concretizzata l'idea che il regime fosse vulnerabile. Il regime si è indebolito, il popolo marcia nelle strade verso lo scontro finale. Israele ci tiene a mantenere un volto quieto: è quello che risponde per le rime agli ayatollah e ai loro uomini, come Aragchi, ministro degli Esteri, e il capo di Stato maggiore, Mousavi, che lo minacciano sostenendo che è implicato nella rivoluzione: colpiremo chi la sobilla, chi ha reso una congiura politica la protesta economica. Faremo a pezzi ogni obiettivo di interesse per gli americani, innanzitutto Israele. Ma la sacrosanta esplosione del popolo oppresso in ogni sua espressione contro il regime, è una nuova rappresentazione di un dramma già spento nel sangue più volte.

Netanyahu ha inviato forti messaggi di solidarietà, ma sa bene che si parla della presenza attiva del Mossad. Dunque ripete: solo il popolo che ha tanto sofferto deve vincere. Adesso però Trump segnala che data la strage l'intervento è sempre più urgente. Si gioca non solo la vita della gente nelle strade, ma il sentimento generale della pietas, la bandiera dei diritti umani che chiede una strategia che sostenga la democrazia contro l'autoritarismo. La Cina disapprova che Trump voglia sanzionare chi fa affari con l'Iran! È una chiamata alle armi per tutto il mondo libero e un pericolo di scontro generale.

L'intenzione degli ayatollah è stata sempre la distruzione di Israele, poi del Grande Satana, poi dei suoi alleati europei per affermare il dominio dell'Islam sciita. L'Onu non ha mai contestato questa intenzione, le amministrazioni americane fino a Trump hanno lasciato perdere. A Tel Aviv e a Gerusalemme anche chi non lo vuol dire, prepara una bottiglia d'acqua e una coperta da portare nel rifugio se suoneranno le sirene. L'esercito lavora silenzioso. Tutto deve ancora accadere, e non sarà facile: c'è chi lo paragona alla rivoluzione Francese, chi al crollo del Muro di Berlino. Se Trump alzerà in volo gli aerei, nessuno sa se anche stavolta voleranno insieme a quelli israeliani come nella guerra dei 12 giorni. Dal momento che Trump ha detto "Patrioti, continuate la vostra protesta, conquistate le istituzioni... l'aiuto è per strada", è chiaro che sono ormai verificate le migliaia di morti, vere le immagini dei volti di ragazze e ragazzi uccisi che spariscono nei sacchi neri di plastica, feriti a morte dai Basij che sguinzagliati per strada hanno sparato sulla gente. Gli avvertimenti di Trump si erano succeduti, accompagnati dalla notizia che i leader iraniani gli chiedevano incontri e accordi, ma la strage, come un impulso incontenibile, ripercorre la ferocia inconsulta del 7 ottobre: c'è sempre il momento in cui uno scorpione non può che pinzare a morte.

Trump di fronte alle immagini terribili ha modificato via via i suoi messaggi con tono solo apparentemente casuale, e ora il messaggio è chiaro: io non sarò mai Obama, che nel 2009 ha voltato le spalle alla gente uccisa nelle strade di Teheran.

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