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Donald preferisce la stabilità economica a un'anacronistica egemonia globale

La visione strategica mutata radicalmente dopo Biden

Donald preferisce la stabilità economica a un'anacronistica egemonia globale
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La recente presa di posizione del presidente cinese Xi Jinping su Taiwan ha riacceso con forza il dibattito globale sul rischio di uno scontro tra superpotenze, richiamando immediatamente alla mente la celebre "trappola di Tucidide". Questa teoria descrive come inevitabile il conflitto interstatale quando una potenza regionale in ascesa sfida apertamente la posizione di una potenza egemone in declino.

Questa assertività cinese è stata subito salutata dall'opinione pubblica e dagli analisti internazionali come una sfida, un attacco esplicito e diretto agli interessi dell'amministrazione Trump. Tuttavia, questa lettura non tiene conto del radicale mutamento interno alla visione strategica statunitense voluto da Donald Trump.

Il fulcro del malinteso risiede proprio nella natura della trappola di Tucidide. Essa si attiva solo se la potenza dominante insiste nel voler mantenere il proprio ruolo di dominanza globale. La visione strategica dell'amministrazione Trump, a differenza in particolare di quella precedente guidata da Joe Biden, rifiuta categoricamente l'idea che gli Stati Uniti debbano essere una potenza egemone con un ruolo universale.

Di conseguenza, disimpegnandosi dal globalismo interventista, Trump finisce per disinnescare la trappola alla radice: se non c'è la volontà di difendere un'egemonia assoluta a ogni costo, viene meno il presupposto stesso del conflitto inevitabile.

Questa differenza strategica è evidente anche soltanto nel semplice fatto che Trump ha scelto programmaticamente di recarsi in visita ufficiale a Pechino, riconoscendo la Cina come un interlocutore e un competitor commerciale preminente.

Al contrario, la precedente linea democratica ha seguito logiche opposte, come dimostrato dalla visita a Taipei di Nancy Pelosi, allora Speaker della Camera e terza carica dello Stato. Quell'atto, interpretato da Pechino come un aperto sostegno all'indipendentismo taiwanese, provocò una durissima reazione cinese, tanto militare quanto diplomatica. Per non dire di come il presidente Biden si è più volte detto favorevole a un intervento militare diretto americano al fianco di Taiwan, rompendo quella tradizione di ambiguità strategica caratteristica dell'assetto strategico statunitense nei confronti di questo problema.

La realtà è che chi interpreta l'assertività di Xi come un elemento intrinsecamente incompatibile con la sicurezza statunitense dimostra di non comprendere la complessità della politica estera americana. Gli Stati Uniti non sono un blocco monolitico, ma un sistema complesso capace di produrre quattro grandi visioni di politica estera (tradizionalmente identificate nelle correnti hamiltoniana, jeffersoniana, jacksoniana e wilsoniana).

Queste dottrine sono profondamente diverse tra loro e, a volte, persino antitetiche.

Il passaggio dal globalismo wilsoniano di Biden al nazionalismo transazionale jacksoniano di Trump dimostra come gli Stati Uniti stiano ridefinendo i propri interessi nazionali, preferendo la stabilità economica interna ed equilibri bilaterali pragmatici alla rischiosa difesa di un'egemonia globale giudicata ormai come anacronistica.

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